Tennis

Gli ultimi re di Roma

Gianni Clerici, Rino Tommasi, Giampiero Galeazzi non ci sono più. Avrebbero dato la vita per vedere il primo italiano trionfare a Wimbledon. E invece la vita se li è portati via quando ormai Yannick Sinner si affacciava a palleggiare sui courts vicino al centrale.

Ci hanno trasmesso il loro senso di questa vita, oltre che del tennis e della loro competenza generale, ma come Mosè di fronte alla terra promessa non è toccato a loro raccontare alla fine di questa domenica 13 luglio 2025 in cui la lunga attesa si è conclusa. Lasciare andare in gola quel sì! di un paese intero che ci strozzava da un secolo. E’ toccato a Paolo Bertolucci, che per fortuna si è ricordato almeno di ringraziare chi non c’é più. Chi ci ha ricordato ogni giorno del perché quei versi di Kipling (*) sono scritti nella hall che dà accesso al campo centrale di Wimbledon.

Adriano Panatta c’é ancora. Metaforicamente glielo scrissero sul tabellone del centrale di Flushing Meadows, New York, dove si giocava la prima edizione dell’US Open nuovo corso (1978, sul veloce, addio erba e terra battuta). Panatta aveva fatto vedere le streghe a Jimmy Connors, arrivando quasi sul punto di batterlo e negargli l’ennesima rivincita su Bjorn Borg che l’aveva ridicolizzato a Wimbledon.

Anche Panatta aveva bisogno di restyling dopo un’annata disastrosa culminata nella sconfitta contro il cameriere ungherese Szoke. Pietrangeli non c’era più a fargli da riottoso fratello maggiore. La carriera di Adriano volgeva al termine anzitempo. E con lei l’età d’oro del tennis sport di massa. Che dico, di popolo.

Predestinato come Nicola, Adriano avrebbe potuto vincere molto di più, se solo avesse passato più tempo ad allenarsi sui campi da tennis e meno al Jackie-O di Roma.

Ma Adriano era questo, giocava per divertirsi, faceva tutto per divertirsi. Quello “serio”, il soldatino, era Corrado Barazzutti da Udine, insieme all’amico Bertolucci ed all’altro romano de Roma Zugarelli. Gi eroi di Santiago.

Il 9 luglio, mentre Yannick cercava di addomesticare le botte di servizio dello sparafucile Shelton, Adriano ha compiuto 75 anni. Passando le consegne al giovanotto che gli rende cinquant’anni e già molte vittorie in più. Dopo essere stato il tennista delle veroniche e di altre prodezze che potevano venire in mente soltanto a chi aveva nel braccio e nella testa una predestinazione incomprensibile ai più, Panatta per quasi mezzo secolo è stato ribattezzato “l’ultimo che…”.

Che ha vinto a Roma, che ha vinto a Parigi, che è arrivato più avanti agli US Open, e un po’ meno a Wimbledon (Pietrangeli fermato da Laver e Berrettini da Djokovic hanno fatto oggettivamente meglio). Che ha vinto la Davis (insieme ai tre compagni moschettieri). L’ultima e unica fino al 2023.

Pochi giorni dopo, i settantacinquenne Panatta non è stato più “l’ultimo che”. E’ stato il primo semmai a dire pubblicamente, insieme all’amico Bertolucci: “lasciate in pace questo ragazzo, quello che non vince ora lo vincerà più avanti, questo è il più forte di sempre e di tutti”. Me compreso, ha fatto capire di intendere.

Yannick non sa nemmeno dove sia il Jackie-O, o come si chiama adesso. Yannick, voreva scrivere il suo nome sotto quelli di Pietrangeli e Panatta, o magari anche sopra, e dove mai nessuno lo aveva scritto. Yannick voleva la rivincita con Carlitos Alcaraz e sapeva lui come fare, dopo Parigi.

Adriano, va detto, è stato l’unico che ha capito di lasciar fare il giovanotto senza caricarlo di pressioni o peggio ancora di insulti (noi italiani siamo così, ricordate Alberto Tomba?).

Avremmo voluto vederlo insieme a Nicola a commuoversi per l’arrivo di questo ragazzino che ha già vinto quanto loro due messi insieme. Avremmo voluto sentire la voce di Clerici, Tommasi, Galeazzi commentare quello che fino a pochi giorni fa avremmo solo potuto continuare a sognare.

Ma la vita ride, quando l’uomo fa progetti. O qualcosa del genere. I cronisti non ci sono più, resta solo Bertolucci. I due grandi vecchi del nostro tennis continuano a farsi dispetti come Walther Matthau e Jack Lemmon. Senza rendersi conto che la vita sta per chiamare anche loro all’appello. Sta per chiamarci tutti.

Ma almeno Wimbledon, finalmente, l’abbiamo vinto.

(Se riuscirai a confrontarti con Vittoria e Sconfitta

E trattare allo stesso modo questi due impostori.

(* Se, Rudyard Kipling, 1895)

(segue)

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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