La gente dimentica in fretta. Oggi sei dio in terra con la racchetta o altri attrezzi sportivi, domani – presto – ti ritrovi ad essere un povero vecchio che vorrebbe soltanto un po’ di rispetto, visto che la memoria e il senso stesso della vita se ne stanno andando.
Nicola Pietrangeli ha 91 anni. Giace in un letto d’ospedale dove è finito dopo che la vita gli ha giocato uno scherzo brutto, di cui non c’era affatto bisogno. La sua epopea alternata tra la Dolce Vita e Momenti di Gloria aveva un conto salato da pagare. Suo figlio Giorgio se ne è andato a soli 60 anni per un male incurabile. Nicola si è ritrovato in ginocchio, come mai prima nella sua vita. Da numero uno del tennis e da trequartista di una Lazio forte come non mai: quella di Maestrelli e Chinaglia.
Di Giorgio ha detto quello che ogni padre direbbe: toccava a me andarmene, non a mio figlio.
L’altro dispiacere, appena sotto nella scala dei dispiaceri immeritati è stato quello di constatare che di lui non si ricorda più nessuno. Abbiamo avuto due grandi campioni che avrebbero dovuto essere grandi manager per le rispettive discipline sportive: Gianni Rivera per il calcio, Nicola Pietrangeli per il tennis. Avremmo vinto molto di più, ed evitate tante figuracce.
Come giocatore, Nick aveva inventato il tennis come sport di massa, all’eoca in cui era d’èlite. Dal barone De Morpurgo a Clerici, Cucelli e Del Bello, i gesti bianchi avevano simboleggiato l’inarrivabilità di quella disciplina per la gente comune, quella che si alza alle cinque di mattina per andare a valorare senza aver tempo per giocare. Con la generazione di Pietrangeli, Sirola, Merlo, Gardini, la gente cominciò ad alzarsi presto perché a quell’ora si trovava magari un campo libero, e giù racchettate a quelle palline giallo-verdi sognando di essere sul centre court di Parigi o di Londra.
La Coppa Davis del 1960 e 1961 gli azzurri la giocarono dall’altra parte di quel maledetto mondo che ci avrebbe sembrpre reso la vita difficile, trattandosi di tennis. Gli australiani erano nel loro momento migliore, avevano 10 fuoriclasse in squadra, ma sarebbe bastato anche solo quel rod Laver che negò la vittoria a Wimbledon al nostro Nicola e per due volte la vittoria nela Challenge Round della Davis. Mio nonno e mio padre seguirono quei match per radio e sulla carta stampata. Non ebbero neanche modo di rimanerci più male di tanto, la televisione era per strada, sì, ma ancora non arrivava a colmare rotte oceaniche e velleità sportive.
Quella generazione consegnò il testimone e la racchetta alla mia. La televisione c’era nel 1976, quando Pietrangeli si batté quasi da solo contro chi voleva boicottare la Davis in Cile, impedendo quello che per cinquant’anni sarebbe rimasto come il nostro unico trionfo. C’era l’anno dopo, quando il vento che soffiava sopra White City a Sidney deviò le traiettorie di Panatta, impedendo, più di Alexander e Roche, la difesa del titolo vinto l’anno prima. Ci rimasi più male di mio nonno e mio padre, che almeno non avevano visto più di tanto.
Nick fu poi vittima di una rivolta di Panatta & c. che lo privò del ruolo di capitano non giocatore. Ad Adriano aveva consegnato la leadership del tennis italiano nel 1970 a Bologna, in uno storico match in cui non sapevi per chi fare il tifo. Ai quattro moschettieri di Santiago de Chile quelli di Sidney 1960 avevano consegnato il testimone di una storia fatta più di gloriose delusioni che d’altro. La Davis restava lontana, e nel frattempo si allontanavano anche le vittorie nei tornei importanti (non parliamo degli slam, che rimasero ferme ai tre Roland Garros portati a casa dai due romani de Roma (anche se nicola in realtà era nato oltremare).
Rivoltandosi contro Pietrangeli, i ragazzi della Davis lo esclusero di fatto dalla possibilità di avere un ruolo importante nella gestione di un movimento a cui aveva dato vita sostanzialmente lui. E quando finì anche l’epopea di Panatta & c. lo sport di massa regredì a sport per chi aveva soldi, tanti, e non si alzava più alle sei di mattina, ma andava al campo comodamente in pausa pranzo.
Nicola aspetta di riabbracciare il figlio che non doveva andarsene prima di lui. La mamma principessa russa, il babbo imprenditore italo-francese a Tunisi. E tutti coloro che con lui hanno dapprima inventato e poi divulgato il gioco più individualista che esista. Inventato dal diavolo, disse una volta Adriano Panatta. Uno dei tanti che nei giorni in cui il tennis grazie a Sinner e non solo faceva i conti definitivi con se stesso, si è dimenticato di un povero vechio giacente in ospedale, senza del quale oggi chissà di cosa staremmo a parlare.
(segue)

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