E’ un album di famiglia pieno di foto, quello del tennis italiano. Personaggi in bianco e nero e a colori. Gesti bianchi, come li chiamava il compianto Gianni Clerici, perché bianca era a prescindere la divisa con cui si scendeva in campo in ogni court del mondo. Racchette di legno incordate con budello animale essiccato. Fair play e agonismo in stile Rudyard Kipling. Roba da classi elevate, come tutti gli sport nati come passatempo per una high society, quella britannica, che al tempo della regina Vittoria, o partiva per andare ad espandere militarmente l’impero o escogitava in patria qualche passatempo che simulasse la vita avventurosa di uomini (solo molto più tardi anche donne) che si affrontavano appunto su campi di gioco simili a campi di battaglia.
Il tennis, come ogni altro di questi sport (fatto salvo il football, o calcio, che traeva origine da un gioco rinascimentale fiorentino), era arrivato in Italia al tempo in cui culturalmente le sue classi sociali più agiate erano praticamente una colonia anglo-francese. Wimbledon esisteva dal 1877 come torneo, e i leggendari fratelli Doherty gli avevano visto aprire quei cancelloni verdi che un giorno sarebbero stati a loro intitolati più o meno nello stesso periodo in cui il dott. Dwight Davis, americano in vena di sfide epocali, aveva pensato di gettare il guanto alla ex madrepatria in una competizione che portava – e porta tutt’ora – il suo nome. Anche i francesi ebbero i loro Quattro Moschettieri, ed il coccodrillo di René Lacoste sulle magliette.
Noi arrivammo nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale. Le competizioni sportive previste dal calendario tennistico oltre alla Davis erano essenzialmente quattro: Wimbledon, che con spocchia britannica veniva definito semplicemente The Championship. (il campionato del mondo, così, tout court), il Roland Garros al Bois de Boulogne di Parigi (che prese il nome di un eroico pilota caduto nella Grande Guerra, il Francesco Baracca dei nostri cugini), il campionato americano che si giocava a Forest Hills, New York, e quello che si giocava down under, dall’altra parte del mondo, a Sidney, Australia. Il termine open sarebbe stato premesso a ciascuno dei suddetti tornei, quando a partire dagli anni sessanta cominciarono ad accogliere i professionisti, cancellando l’ipocrisia olimpica del dilettantismo di stato.
Il tennis diventò moderno e sport di massa, in Italia come altrove. La generazione di Nicola Pietrangeli e poi quella di Adriano Panatta fecero del vecchio derivato dalla pallacorda non più un gioco da ricchi ma uno sport a tutti gli effetti. Gli azzurri vinsero la Davis una volta sola, nel 1976, tra le polemiche scatenate dal dover andare a giocare nel Cile insanguinato dalla dittatura dei boia Pinochet. I nostri eroi vinsero poco, rispetto al talento che possedevano. Pietrangeli vinse due volte Roland Garros ed Internazionali d’Italia, Panatta gli stessi tornei ma una volta sola ciascuno.
Poi finì tutto, così com’era cominciato.
(segue)

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