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Gloryland

Per più di vent’anni il mondo del pallone li aveva presi in giro senza pietà. Abituati a vederli primeggiare in ogni settore, a molti non pareva il vero di poterli irridere, per una volta. Americani, lo sport più popolare del mondo non era cosa loro. Gente da baseball, da quell’incomprensibile loro football che sembrava tanto una complicazione violenta del rugby. Gente da rollerball.

Loro, gli americani, avevano dal canto loro fatto poco o nulla per farsi piacere quel gioco che si gioca con i piedi, limitando il contatto fisico e privilegiando gesti tecnici giudicati leziosi, poco virili. Non per nulla l’avevano rubricato come gioco da donne. Il soccer aveva fatto una comparsata dalle loro parti ai tempi dei Cosmos di New York, dove andavano a spegnersi come in un cimitero degli elefanti vecchie glorie inesorabilmente accantonate dal tempo. Roba poco appetibile, nei colleges o per le strade i kids americani continuavano a preferire altri sports.

Arrigo Sacchi, CT della Nazionale italiana dal 1991 al 1996

Arrigo Sacchi, CT della Nazionale italiana dal 1991 al 1996

Eppure, a qualche mente illuminata e lungimirante non erano sfuggite le potenzialità di questo sport venuto dall’Europa, sia in termini di spettacolo che economici. Henry Kissinger era stato tante cose nella sua carriera. Appassionato di calcio in ossequio al suo retaggio germanico, alla fine degli anni ottanta aveva fatto anche da lobbista presso la FIFA affinché il suo paese ricevesse l’incarico di organizzare una edizione dei Mondiali di Calcio, confidando che l’evento avrebbe fatto da traino anche in un paese refrattario come il suo.

Così era andata, dopo Italia 90 – dove la nazionale a stelle e strisce aveva fatto una buona figura facendo vedere i sorci verdi ai padroni di casa azzurri – era arrivato il tempo di USA 94. Una delle edizioni più controverse, grazie soprattutto al fatto di essere completamente condizionata da un punto di vista organizzativo dalle esigenze già allora imperanti della televisione. Diversamente dalle due edizioni messicane del 70 e dell’86, che erano state anticipate nel calendario per evitare di far giocare le Nazionali sotto il gran caldo, negli Stati Uniti fu scelto il periodo del solleone. Si cominciò il 17 giugno al Giants Stadium di New York e si finì esattamente un mese dopo, il 17 luglio, al Rose Bowl di Pasadena, in California. Malgrado Fahrenheit lo sconsigliasse vivamente, diverse partite, finale compresa, furono disputate a mezzogiorno per consentirne la visione in Europa ad orari compatibili con il Vecchio Continente. Risultato, molte partite furono inguardabili.

Italia - Norvegia, Pagliuca espulso, Baggio richiamato in panchina, il suo celebre labiale: "questo è matto...."

Italia – Norvegia, Pagliuca espulso, Baggio richiamato in panchina, il suo celebre labiale: “questo è matto….”

Il mondiale dell’Italia, che arrivò a New York forte di un pronostico addirittura più favorevole di quello che aveva avuto in casa quattro anni prima, fu più uno psicodramma che altro. Malgrado in panchina sedesse il nuovo profeta del calcio totale Arrigo Sacchi, voluto dal boss della FIGC Matarrese in sostituzione di Azeglio Vicini caduto in disgrazia dopo le notti magiche, l’Italia non giocò mai bene, fu spesso sull’orlo del disastro sportivo, soltanto strada facendo trovò gli attributi per andare avanti di pura forza di nervi. E soprattutto trovò un Roberto Baggio in condizioni stratosferiche, che quasi da solo si prese sulle spalle la banda azzurra e la portò in finale.

Dallo scontro di gangs of New York nel primo turno contro l’Irlanda, al Fort Apache subito in dieci dalla Norvegia (con un Baggio, Roberto, che mandò a quel paese il mister e l’altro, Dino, che salvò la patria segnando un gol su cui non avrebbe a quel punto scommesso nessuno), alla siesta con il Messico aggrappati al gol di Daniele Massaro detto Provvidenza ed al ripescaggio come migliore terza classificata nei gironi, alla nuova Corea rasentata contro la Nigeria e scongiurata dalla salita in cattedra di un Baggio che Sacchi schierava a quel punto a collo torto, alla plaza de toros in cui Italia e Spagna si presero a cornate e dove non solo Luis Enrique ma tutta la nazionale iberica ebbero la peggio grazie prima a Tassotti e poi al Codino, al Baggio Show contro la Bulgaria di Hristo Stoichkov che valse la finale, il mundial italiano andò alla fine in archivio come uno dei più prestigiosi, ma quello sicuramente i cui highlights rivediamo meno volentieri.

Ultimo rigore, calcia Baggio, Taffarel a sinistra, pallone a...lle stelle

Ultimo rigore, calcia Baggio, Taffarel a sinistra, pallone a…lle stelle

In finale, nella desert valley californiana, andarono Italia e Brasile. Forti entrambe di tre titoli già vinti alle spalle, nonché dei due capocannonieri del torneo fino a quel punto, rispettivamente Roberto Baggio e Romario. Il Brasile era più quadrato ed ispirato di quello italiano di quattro anni prima, sempre guidato dal condottiero Dunga e permettendosi il lusso di poter lasciare in panchina nientemeno che un giovane fenomeno di diciott’anni a nome Ronaldo. L’Italia era aggrappata a quel punto ai piedi di Baggino, e il guaio era che uno dei due, il destro per l’appunto, era dolorante.

Finì ai calci di rigore, e il destino, o la stanchezza e la tensione, dissero Brasile. Per gli azzurri sbagliarono coloro che avevano portato l’Italia fino a lì, Franco Baresi, Daniele Massaro e Roberto Baggio. E quel pallone del numero dieci che vola verso le stelle di Pasadena è uno dei ricordi più dolorosi dell’intera storia dei mondiali italiani. Quanto e più dei rigori sbagliati a Napoli contro l’Argentina. L’Italia che a quel punto poteva stare a cinque stelle, si trovò sopravanzata con quattro da un Brasile neanche paragonabile a quelli dell’Azteca o del Sarria, dopo essere stata raggiunta a tre dalla Germania la volta precedente.

Brasile in festa, Baggio in lacrime e l'Italia con lui

Brasile in festa, Baggio in lacrime e l’Italia con lui

Agli Stati Uniti, che a quel Brasile avevano fatto vedere le streghe negli ottavi, restò il risultato prestigioso di una buona organizzazione – TV a parte – e uno spot per il calcio che avrebbe dato i suoi frutti nel modo più inatteso. Le donne americane, a cui beffardamente e sprezzantemente i maschietti avevano da tempo ceduto il gioco del soccer perché ci si trastullassero, avevano già vinto il loro primo titolo mondiale nel 1991 e negli anni a venire ne avrebbero vinti altri tre, diventando in campo femminile ciò che il Brasile era in campo maschile.

Per chi ci aveva e ci avrebbe creduto, gli U.S.A. stavano diventando veramente la nuova frontiera del calcio, la terra di gloria di cui parla la canzone che vi proponiamo oggi come uno dei brani del giorno. Gloryland, di Daryl Hall & The Sound of Blackness, inno dei mondiali di calcio del 1994.

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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