Calendario dell'Avvento

Avvento 2018 – Giorno 22: Totocalcio

E’ come quando la RAI chiuse Carosello. Lo si dava per scontato, parte della nostra vita come il panorama visto dalle finestre di casa. Fino al giorno in cui ci svegliammo e non c’era più. E il vuoto fu enorme. I bambini di colpo non hanno più avuto scandita l’ora di andare a letto. La schedina tra le dita non potrà più cambiare la nostra vita, come cantava all’epoca d’oro Toto Cutugno.

La domenica italiana, già orfana da tempo del calcio che fu, con Novantesimo Minuto, un tempo di una partita di serie A in differita alle ore 19,00, la Domenica Sportiva ed i riflessi filmati delle partite della giornata, a quanto pare sta per perdere l’ultimo caposaldo: la schedina del Totocalcio, vittima illustre della manovra finanziaria in corso di approvazione da parte del governo.

Il sogno di quel Tredici che cambia la vita ha lasciato da tempo i nostri sonni, sia quelli notturni che quelli ad occhi aperti. Ma la schedina finora era rimasta lì, anche se in formato ormai digitale e spersonalizzato dalla mancanza della bella calligrafia forzata con cui venivano compilati sistemi e colonne secche – 1, X, 2 -, ed era come un ricordo di famiglia, un cimelio conservato in soffitta. Non lo scendi mai, ma sai che c’é, ed in qualche modo ti rassicura e dà continuità e certezza alla tua vita.

Il Totocalcio e la SISAL che lo gestiva per conto dello Stato erano nati nel 1946, da un’idea del giornalista sportivo Massimo Della Pergola, che aveva avuto la geniale idea di finanziare lo sport nazionale con i proventi di un gioco equivalente al già popolare Lotto addirittura quando era internato in un campo profughi in Svizzera, dove era fuggito per salvarsi dalle persecuzioni naziste, lui che era ebreo.

Il successo fu tale che nel 1948 già i Monopoli di Stato si impadronivano del gioco, che da allora sarebbe stato la fonte di introito principale di CONI e Federcalcio, e una delle principali per le stesse casse dello Stato. Nello stesso periodo fu affiancato dal Totip, che trasferiva la febbre del gioco nell’ambito – frequentatissimo e dispendiosissimo – delle corse dei cavalli.

La schedina fu il sogno proibito degli italiani per tutta la seconda metà del ventesimo secolo, alimentò storie individuali e familiari comiche o tragiche (chi scrive ricorda di aver fatto, da ragazzo, 11 per due settimane a fila, con risultati cambiati all’ultimo minuto in entrambi i casi) e gag televisive e cinematografiche. Nel 1997 il Totocalcio si meritò, per festeggiare il suo cinquantenario, nientemeno che la Stella d’Oro al Merito Sportivo, una delle massime onorificenze dello sport italiano conferita da un CONI giustamente riconoscente.

Ma era il canto del cigno. Il Superenalotto, che distribuiva più soldi (la massima vincita mai registrata al Totocalcio fu di 5.549.756.245 di vecchie lire nel 1993 a Crema, bazzeccole in confronto al gioco del 6 e del 5 + 1) e le scommesse sempre più legalizzate misero in un angolo la vecchia schedina, che con l’avvento del nuovo secolo e con la fame di soldi di governi dalle manovre finanziarie sempre più asfittiche, divenne un oggetto vintage come il mangianastri di quando eravamo ragazzi.

La possibilità di piazzare scommesse legali su qualsiasi evento sportivo, e di farlo per di più sfruttando le nuove tecnologie informatiche senza più code fastidiose ai botteghini, cancellò un piccolo mondo antico e ne creò uno nuovo. L’idea di combattere il Totonero e gli scandali che avevano travolto a più riprese i massimi campionati di calcio si sposò a quella – comune a tutti gli Stati ed a tutti i Monopoli – di guadagnare somme ingenti da ciò stesso che si voleva combattere, o quantomeno legalizzare. Come le sigarette e l’alcool, le scommesse facevano gola agli usufruttori quanto a chi li governava. La SNAI divenne il nuovo paradiso di sognatori e speculatori, la SISAL andò a finire nell’elenco degli Enti inutili che si parla periodicamente di abolire.

A quanto stavolta pare ci siamo, anche se il governo parla di rilancio e non di abolizione, attraverso la confluenza di tutti i giochi in uno solo, un nuovo prodotto più adeguato ai tempi.

Vedremo. Una cosa è certa, si tratta di un altro pezzo della nostra vita che se ne va, di quelle domeniche italiane – con la schedina tra le dita e quant’altro – che già all’epoca ci sembravano così ingenue, antiche, e che adesso finiamo per rimpiangere con nostalgia struggente, attraverso domeniche attuali che sono ormai nient’altro che l’anticamera del lunedi.

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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