Avvento 2020

Avvento 2020 – Giorno 8

Si avvicina nel silenzio generale (non quello degli innocenti, ma quello dei mass media) il 14 dicembre. Giorno in cui i grandi elettori degli stati americani eleggeranno formalmente il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America.

Il sistema elettorale americano è il più farraginoso, ma finora anche il più efficiente e rappresentativo, del mondo. Farraginoso, perché ricorre a questo strano doppio turno (una volta si pronuncia il popolo, una volta i grandi elettori) che chissà da dove si cavarono fuori i padri costituenti guidati da Thomas Jefferson. Rappresentativo, perché almeno finora ha sempre assicurato al paese il presidente che voleva. Il maggioritario (che nel 1993 avevamo scelto anche noi, ma che la nostra classe politica si è guardata bene da attuare secondo le nostre disposizioni) sembra antidemocratico, perché va tutto al vincitore. In realtà, la democrazia ha lavorato prima, ad urne chiuse ci si assicura soltanto che chi ha vinto possa governare, non fare ridere i polli come nel nostro sistema italiano, per esempio.

CasaBianca201208-001Tutto questo ha funzionato più o meno fino all’anno di grazia 2000. Già allora la contesa Gore-Bush jr. ci fece capire che qualcosa andava comunque perfezionato, anche nella patria della democrazia. Non era possibile che in caso di closeness tra i candidati, di esito deciso al fotofinish si procedesse ad interminabili ed incontrollabili riconteggi per stabilire chi aveva vinto, magari per un pugno di voti. Il paese che ha da decenni apparentato la tecnologia con la fantascienza in questi casi si avvale di metodi che sembrano farlo ripiombare indietro di cento o duecento anni, al tempo del Far West.

All’epoca, Gore si lamentò molto di questo sistema e dei suoi esiti. Si lamentarono molto anche gli antiamericanisti ed i complottisti globali, che in quel risultato (Bush jr. nella stanza ovale che era già stata di Bush sr., seconda guerra del golfo puntualmente dichiarata dal figlio di chi aveva dichiarato la prima) videro l’inizio di una serie sfortunata di eventi che ha sconvolto la nostra storia, il nostro sistema di vita, l’economia, il mercato del petrolio, il Medio Oriente e chi più ne ha più ne metta.

Stavolta le lamentele del presunto perdente sarebbero assai più clamorose, senonché c’è la novità della censura della stampa e di tuti i media. Il presidente in carica, tutt’ora in carica fino a certificazione contraria (e non ancora avvenuta) dei voti degli stati in bilico fino alle prime luci dell’alba del 4 novembre 2020, è stato tacitato dai telegiornali, e questo fa parte del gioco, non sono più i tempi di Bernstein e Woodward. Ma soprattutto è stato oscurato dai social network, i nuovi padroni dell’informazione controllata ed adulterata, a cominciare dall’ineffabile Twitter che si è permesso di cancellare i post di Donald Trump o di etichettarli come inattendibili.

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Qualcuno ha saltato il fosso. Quello del fair play e della sostanziale democrazia. E non è stato certo Donald Trump, che stava per andare a letto da vincitore la notte del 3 e che è stato richiamato in sala ovale la mattina del 4 a prendere atto dello strano ribaltone secondo cui all’improvviso in Michigan, Pennsylvania, Georgia si erano messi tutti improvvisamente a votare Joe Byden, solo Joe Byden, nient’altro che Joe Byden.

Nel pomeriggio, la CNN (non la Corte Suprema, si badi bene, la CNN) annunciava Byden come 46° presidente USA, e già qualcosa non quadra, se uno ha studiato un minimo di diritto costituzionale americano. Poco dopo partivano le congratulazioni, guarda caso da parte di capi di governo politicamente omologhi al Byden per il quale intanto sotto la Casa Bianca già festeggiavano tutte le minoranze etniche e sociali, ma di wasp, di americani medi se ne vedevano veramente pochi o nessuno.

BydenHarris201208-001A distanza di un mese, Trump continua a dichiarare a gran voce di aver vinto, almeno fino a che non sono intervenuti fatti strani, come l’immissione nei seggi del voto degli americani all’estero (tutto il mondo è paese, non solo l’Italia, che ha ancora da capire cosa ci facessero quei sacchi chiusi e sigillati dall’Ufficio Elettorale Centrale a Castelnuovo di Porto nel 2006, l’anno del Prodi bis). O come la comparsa di quel misterioso chip che pare sia capace di cambiare colore ai voti elettronici. Dal rosso repubblicano al blu democratico, un miracolo cromatico. Pare anche che nella produzione di questo chip e in altre piacevolezze annesse e connesse ci siano di mezzo ancora gli italiani, come due o quattro anni fa. In attesa di conferme attendibili, preferiamo astenerci sul punto, magari comunque vergognandoci come ormai siamo abituati a fare ogni volta che andiamo all’estero.

HillaryClinton201208-001Il punto è che se viene confermato il probabile scippo a Trump e la corona dei pesi massimi passa a Byden, non si mette bene per il mondo occidentale. E non perché viene meno ignominiosamente il principale mito fondante delle nostre democrazie: l’esempio americano. Se vince il partito democratico, che a gennaio ha la possibilità di ripetere le proprie prodezze elettorali anche in occasione del rinnovo di metà del Senato, vincono le peggiori e più spregiudicate lobbies affaristiche di Wall Street che lo controllano. Vincono le donne terribili come Nancy Pelosi, Hillary Clinton, Kamala Harris, che, in assenza di maschi degni di questo nome (guardate Byden, pover’uomo, e ditemi se può mai rappresentare qualcosa nel paese degli archetipi alla George Washington, Theodore e Franklin Roosevelt, John Fitzgerald Kenendy, Ronald Reagan), hanno fatto fuoco e fiamme d’inferno per vanificare l’azione dell’amministrazione Trump nel modo più scorretto possibile.

Vince chi vuole, dovunque, una immigrazione incontrollata, senza regole. Vince la Cina, e chi vuole vendersi e vendere tutto alla Cina. Vince la tutela dei diritti delle minoranze (etniche, sessuali o di qualunque altro genere) a discapito di quelli della maggioranza.

DonaldTrump201208-001L’America tornerebbe quella di Obama, la peggiore di sempre da quando Cristoforo Colombo mise piede a San Salvador. Anche l’Unione Europea tornerebbe quella – ancora più inutile, ingiusta, ineffettiva dell’attuale – dei tempi di Obama. La Russia si riallontanerebbe (non date retta a chi ha spacciato il rapporto tra Trump e Putin come conflittuale, al tavolo degli affari ci si intende al volo se di affari se ne capisce qualcosa). L’Italia non ha più nessuno che metta i bastoni tra le ruote al suo indegno, impresentabile, lui sì antidemocratico, partito democratico.

Zingaretti parlava già con entusiasmo della nuova amministrazione americana quando ancora i seggi erano aperti di là dell’Atlantico. Che sapesse qualcosa che noi non sappiamo? Quello che sappiamo è che ormai la sinistra si sta organizzando per aggirare le elezioni, non per vincerle. Quello non le riesce più da tempo.

Appuntamento al 14 dicembre. Secondo la Costituzione degli Stati Uniti e fintanto che i giudici non certificano i probabili brogli elettorali democratici (si parla di ritorno alle peggiori macchine di corruzione della storia statunitense, come quella del famigerato gruppo Tammany di un secolo e mezzo fa), i giochi non sono ancora fatti.

E l’americano medio, quello che non vive nel Greenwich Village ma nel Midwest, che ha interesse a veder florida l’economia e a non vedersi sopraffatto da elites radical chic e dal loro esercito di immigrati a bassissimo costo e senza legge, ha ancora grazie a Dio da dire la sua.

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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