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Controcorrente

Indro Montanelli

(Nella foto Indro Montanelli, Fucecchio 22 aprile 1909, Milano 22 luglio 2001)

Quando morì, ho provato la stessa sensazione di quando se ne vanno persone care di famiglia, o amici tra i migliori di tutta la vita: dolore, per la perdita di qualcuno che è stato il maestro della mia giovinezza, uno di coloro che hanno fatto di me quello che sono. E tristezza infinita, nel vedere cosa resta di una vita intera spesa nel cercare di dare qualità al proprio intelletto. Niente. Ma lui era il primo a saperlo. Si era preparato e ha cercato di preparare tutti coloro che – come me – hanno voluto starlo a sentire.

Con il ferro del mestiere, la leggendaria Lettera 22 Olivetti

Con il ferro del mestiere, la leggendaria Lettera 22 Olivetti

Nella mia libreria il posto d’onore ce l’hanno le sue opere, a cominciare da quel Soltanto un giornalista che è stato il suo testamento umano e professionale, la spiegazione di tutto ciò che ha fatto e scritto, per chi si fosse messo in collegamento soltanto a quel punto.  I suoi libri hanno segnato la mia vita, e quella di molti altri. Nella mia biblioteca ci sono e ci restano. Quando non ci sarò più, chi li erediterà ne faccia ciò che vuole. Finché ci sono io, stanno lì e guai a chi me li tocca.

Montanelli ha trascorso i suoi ultimi anni di vita osannato dagli stessi che fino a poco prima lo avevano insultato in quanto fascista, avevano inneggiato alle Brigate Rosse quando gli avevano sparato alle gambe, avevano puntualmente rivangato i suoi trascorsi durante il Ventennio, come se in ogni famiglia non ci fosse stato allora chi aveva indossato (volente o nolente) la camicia nera.

Anticomunista, questo sì, lo era stato tutta la vita, all’epoca in cui il Comunismo uccideva, e non solo nell’Est europeo o asiatico. Questo non gli aveva impedito di essere stato condannato a morte dai tedeschi (all’epoca abbastanza anticomunisti anche loro…) e di trascorrere mesi nel braccio della morte di San Vittore in compagnia di diversi capi partigiani e di un giovanissimo Mike Bongiorno. Né di tenere nel dopoguerra una posizione abbastanza anticonformista nei confronti della stessa classe dominante democristiana, che trattò sempre con disprezzo.

Fatti per capirsi al volo, e per non intendersi....

Fatti per capirsi al volo, e per non intendersi….

 Nel 1974 se ne andò dal Corriere della Sera, che giudicava ormai sulla via di diventare troppo indulgente verso la sinistra (allora denominata Partito Comunista Italiano) e fondò il Giornale, che diventò il punto di riferimento di chi non era di sinistra, ma non era neanche fascista e meno che mai voleva rassegnarsi alla palude democristiana, per di più in odore di compromesso storico.

Fu in questa veste di direttore del Giornale che fu aggredito da un commando delle BR nel 1977. Gli andò meglio che a Tobagi e Casalegno. Ma non si arrese, come non si era arreso ai Nazisti. Come non si sarebbe arreso a Berlusconi, diventato tempo dopo il suo editore. Come spiegò nelle sue ultime opere, appunto, lui era stato e rimaneva soltanto un giornalista. E fino all’ultimo non accettò altri padroni che quello suo naturale: il lettore.

P.S. Questo giornale è intitolato alla memoria e soprattutto all’insegnamento di due maledetti toscani, meravigliosi giornalisti. Una si chiamava Oriana, l’altro si chiamava Indro. Non saremo mai come loro, non smetteremo mai per il resto della vita di provare ad esserlo.

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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