Ombre Rosse

… e giustizia per tutti?

C’è una battuta che circola sul web con successo in questi giorni. Se vuoi sapere cosa votare al prossimo referendum del 12 giugno sulla giustizia, guarda cosa fa il PD e fai il contrario. In effetti, il partito di Letta si sta organizzando alacremente per non portare a casa nulla anche a questo giro, anche se molti al suo interno stanno chiedendo al segretario di smarcarsi da un fronte del No che ormai vede i dem sempre più isolati.

Il referendum sulla giustizia, partorito con il forcipe dopo decenni in cui la giustizia è diventata la principale e la più incivile delle tante emergenze italiane, per quanto rischi di essere il classico topolino partorito dalla montagna (il quesito principale e più importante, la responsabilità civile diretta dei magistrati, è stato manco a dirlo cassato dalla più alta delle magistrature, la Corte Costituzionale), è comunque un appuntamento molto sentito dalla popolazione prima ancora che dalle forze politiche.

La giustizia, come abbiamo detto, é una palude infetta da lungo tempo. Da prima che Luca Palamara pubblicasse le sue memorie raccontando a che livello di cialtroneria è arrivata la sua amministrazione. Non c’è cittadino ormai in questo paese che non si sia scontrato e scornato con la sua inefficienza e la sua ingiustizia. E ne abbia fatto dolorose e sanguinose spese.

Quanto ai politici, da tempo oscillano tra la voglia di regolare i conti con il Terzo Potere e quella di continuare a tenerselo buono, perché molti da lì comunque vengono, e poi non si sa mai…

Insomma, come già in occasione del primo storico referendum del 1974 sul divorzio, la cosa più intelligente che un partito possa fare stavolta è quella di lasciare libertà di voto ai suoi iscritti. Legarsi ad un fronte specifico può portare ad amare sorprese. E potrebbe non essere sufficiente ad evitarle il fare il contrario di quello che dice Enrico Letta, il Fanfani della situazione.

I quesiti referendari alternano cose serie a boiate. Tra le prime, l’abolizione della Legge Severino che mise fine alla carriera politica di Silvio Berlusconi (bastava, tra l’altro, che fosse lasciato libero di pensarci da solo, come poi ha fatto) e la separazione – pur tra mille cautele e distinguo – della carriera tra magistrati inquirenti e giudicanti. Tra le seconde, alcune modalità per l’accesso al Consiglio Superiore della Magistratura e soprattutto la possibilità per avvocati e professori universitari di accedere ad organi di supervisione dei magistrati, e non c’è bisogno di spiegare perché, anche ad essere del PD.

Stiamo a vedere. Se la giustizia e chi la subisce dovranno accontentarsi del topolino partorito dalla montagna smossa da Giustizia Giusta, che comunque rappresenta il primo tentativo serio di riformare il più delicato del poteri dello Stato e di dimenticarci di Palamara e dei suoi colleghi ed accoliti. O se sarà un’altra occasione persa come tante altre in passato.

Come quelle del resto a cui ha provveduto la Corte Costituzionale in proprio cassando sul nascere le richieste di vari comitati su questioni altrettanto importanti come la depenalizzazione della cannabis, l’eutanasia consensuale, l’abolizione del green pass e quella della caccia.

Abbiamo aperto con una battuta. Chiudiamo con un’altra: a quando un referendum per l’abolizione della Corte Costituzionale?

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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