Ombre Rosse

….. E ingiustizia per tutti

Sergio Mattarella con il suo “vice” David Ermini

Viviamo in un paese in cui il calciatore che bestemmia (o così almeno sembra dal labiale, ci abbiamo messo vent’anni a dichiarare legale la prova TV e cinque minuti a cominciare ad usarla per delle sciocchezze) viene squalificato. Ci picchiamo di essere una repubblica laica, ben diversa dall’Iran di Khomeini e seguenti, e poi pretendiamo ancora di regolamentare per legge il rapporto tra il singolo cittadino e la divinità. Che poi è quella concordataria, se avesse inveito contro Allah, Jeovah o avesse proferito un semplice e consolidato «cazzo di Buddha» Rolando Mandragora la domenica successiva giocava regolarmente.

Siamo dei sepolcri imbiancati. In Dio, a giudicare dai comportamenti quotidiani, non ci crede più nessuno e viene da dubitare che nessuno ci abbia mai veramente creduto. Ma guai a bestemmiare, la giustizia sportiva ti sanziona peggio che se tu sputi in faccia all’avversario o se lo metti sulla sedia a rotelle dopo un intervento in tackle. E quella ordinaria è in attesa che qualche parlamentare come Michele Anzaldi adegui il codice penale con l’introduzione del reato di vilipendio del Dio di Stato. Così, dopo Mattarella, Napolitano, la Boldrini o suoi succedanei, non si può più nemmeno nominare quel nome di Dio invano che poi, a seconda delle circostanze, proprio invano invano non é mai.

Dopo dieci anni o quasi di governo PD, non si può essere più razzisti, omofobi, e nemmeno diofobi.

Il giudice sportivo, va detto, è in posizione privilegiata rispetto a quello ordinario. Può spacciare per giurisprudenza veramente qualsiasi idiozia, senza temere nemmeno che la Corte di Cassazione quel giorno si sia svegliata alzandosi dalla parte sbagliata del letto, abbia sbalzi d’umore di tipo mestruale o prostatico, abbia insomma i suoi cinque minuti. Sopra di lui c’é solo il Tas di Losanna, che per quanto produca sciocchezze più dei fratelli De Rege, in genere tende a confermare. La Corte di Cassazione no, l’ultima volta che una sentenza di secondo grado è uscita da essa così come vi era entrata risale al Concilio di Nicea, alla famosa disputa sulla questione se anche le donne hanno un’anima (vinse il NO, ma il voto fu invalidato perché non raggiunse il quorum).

Si scherza, eh. Almeno finché qualche volpe come Fiano ce lo consente. Del resto, con una giustizia così che altro si potrebbe fare? Dice il Presidente che la Magistratura è soggetta soltanto alla Legge (ho messo tutte le maiuscole al posto giusto? Speriamo….). Guai al primo che dice: «Magari!!!!»

Chiama e rispondi, il Consiglio Superiore della Magistratura che deve eleggere il suo Vicepresidente (il Presidente c’é di già, lo ha eletto Matteo Renzi a camere in seduta comune tre anni fa e ce lo dobbiamo tenere per altri quattro) gli fa un bel pernacchione alla Totò (loro se lo possono permettere) eleggendo David Ermini, parlamentare PD di corrente renziana, addirittura tizianorenziana.

Ecco. A chi è soggetta la Magistratura? Siccome devo continuare a mettere le maiuscole, una precisazione: anche la D di Democratica è maiuscola?

Sì, questa giustizia va riformata, senza bestemmiare ed incazzarsi. Va preso il toro per le corna (absit iniuria verbis) e ci si deve sedere ad un tavolino a ragionare di una bella riforma, possibilmente all’americana, dove perfino i Magistrati prima ancora che alla legge rispondono al popolo.

Nel frattempo, se proprio ci si vuole incazzare, basta entrare in un qualsiasi tribunale e trascorrerci qualche tempo (la durata in genere la decidono loro a seconda di come hanno disorganizzato qualsiasi servizio giudiziario). L’altro giorno, per registrare il giornale dove scrivo ai sensi della legge sulla stampa, è toccato a me. La prima volta mi ero imbattuto in un solerte funzionario della Volontaria Giurisdizione che, senza alzare nemmeno gli occhi dal monitor su cui monitorava evidentemente qualche importante attività giurisprudenziale, con voce infastidita mi ha sibilato: la stanza accanto…

Nella quale, delle signore appena appena un po’ più gentili, dopo avermi incenerito con lo sguardo perché ero entrato aprendo una porta chiusa al mio bussare sulla quale anima viva si era ben guardata di rispondere, mi hanno fatto accomodare, hanno requisito i cento euro di marche da bollo da me acquistate ai sensi della legge sulla stampa (mannaggia a chi l’ha approvata, capace che l’ho anche votato….) e mi ha detto di ritornare. Ricevuta? No, grazie, non ce n’é bisogno. Stia tranquillo.

Come no. Torno dopo un tempo congruo, quello che ci vuole al Presidente di non ho ben capito cosa per firmare la variazione (manco il Prefetto quando firmava le nostre patenti, da ragazzi…). Arrivo davanti alla porta del solerte funzionario e stavolta non mi sibila nessuno, perché è chiusa a chiave, sprangata. La stanza accanto oggi le fa compagnia. Controllo il cartello dell’orario al pubblico: ci sono dentro comodamente. Controllo se ci sono avvisi di sospensione del servizio. Giuridicamente parlando: manco per il…… Non ci sono, se ti va bene è così, altrimenti pure. Loro, dice Mattarella, rispondono solo alla legge. Ti chiami legge te?

Scorro con lo sguardo il lunghissimo corridoio. Potrei essere Will Smith di Io sono leggenda. Se avessi il cane lupo, lo lascerei libero senza museruola, magari lui si fa giustizia. Passa qualche sporadico impiegato/a. Per lo più, (è un dato statistico, ci mancherebbe l’imputazione di delitto di genere….), sono donne. Hanno gli occhi bassi, non sia mai che gli sguardi si abbiano a incrociare con quello del malcapitato sottoscritto, e che si stabilisca quel barlume di contatto umano che potrebbe portarle all’eventualità di dovermi chiedere: ha bisogno di qualcosa?

Sul volto, hanno quella sottile deformazione dei lineamenti che denota disgusto, disprezzo, fastidio, obtorto collo verso ciò che le circonda e le sospinge avanti in questa camminata, diretta verso gli ascensori in uscita e l’oblio. Se quei sentimenti siano rivolti a me, difficile dirlo. Basterebbe che il loro sguardo non fosse rivolto alla punta delle loro scarpe, ma all’unica altra creatura vivente presente in quel posto che se non vado errato è pagato dalle tasse di milioni di altri esseri viventi (tra i quali mi annovero, se non è vilipendio). Siccome non ho voglia di finire il resto dei miei giorni come Silvio Pellico, evito di proferire verbo. Lo faccio dopo, andando via, e sono bestemmie a confronto delle quali il povero Mandragora è stato ingiustamente squalificato per aver detto perdindirindina.

Rolando Mandragora

Rolando Mandragora

La volta dopo ci torna la mia socia, più moderata politicamente di me. Diciamo che se io a questo punto potrei essere Robespierre, lei è ancora ferma a Voltaire. Se la cava anche lei tuttavia a fatica, dopo una buona mezzorata in cui si sente dire dove l’ho messo, dove è finito, mi sa che deve tornare, eppure l’aveva firmato…, e compagnia bella. A quel punto, quando perfino Padre Pio da Pietrelcina comincerebbe a reprimere non dico qualche imprecazione ma almeno un fantozziano mugolio (quello appunto che prelude alla corsa all’aperto per dare sfogo al bestemmione) salta fuori il certificato. E almeno finché non ci arrestano per vilipendio di qualcosa esistente su questo pianeta (o anche negli universi paralleli), siamo a posto. Bloogger potrà continuare a scrivere, e voi a leggerlo.

Quando si parla di riforma della giustizia (per cominciare a riformare qualcosa), forse bisogna partire da questi corridoi, e dalle creature del buio che li abitano. Prima ancora di arrivare alle sembianze inquietanti di un Mattarella, di un Davigo, di un Ermini, di un Patronaggio. Costoro sono il livello 33 del Principe di Persia. Riservato a giocatori esperti, a solutori più che abili. A gente che ha affrontato e superato tutti gli stadi della sublimazione dell’essere proposti da qualsiasi filosofia orientale che si rispetti.

Altrimenti, se non ci si è accuratamente preparati dopo tutta una esistenza (e magari anche qualcuna delle precedenti), in un paese come questo dopo cinque minuti finisce a bestemmioni e mal di fegato.

Mandragora libero. Ermini al Var.

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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