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Il giorno in cui il cinema parlò

Era nato come Asa Yoelson il 26 maggio 1886 in un villaggio della Lituania, quinto figlio di un rabbino. Uno dei tanti ebrei che all’epoca valutarono che nell’Impero Russo per loro non ci fosse più un futuro accettabile e anziché aspettare il pogrom successivo decisero di emigrare nel Mondo Nuovo.

A New York, il più piccolo dei figli del rabbino Moses scoprì di avere un talento come cantante ed attore di varietà, si scelse il nome d’arte di Al Jolson e soprattutto un futuro che in quel villaggio della Lituania dov’era nato nessuno avrebbe potuto predirgli, anche facendo ricorso alla fantasia più sfrenata.

Come cantante di jazz, Jolson fu il primo a infrangere con i suoi dischi il muro dei dieci milioni di copie vendute. Fu anche il primo ad intuire che, razzismo o non razzismo (e lui in materia ne sapeva qualcosa, essendo di origine ebraica), il futuro della musica era colored, e si presentava sul palcoscenico con il viso annerito fingendo di essere afroamericano, la razza eletta del jazz.

AlJolson200526-002Ma soprattutto, come cantante di jazz dette il titolo ad un film che lo vide come protagonista e che era destinato a diventare una pietra miliare nella storia del cinema. The Jazz Singer era in partenza il solito lungometraggio muto accompagnato da didascalie e da una colonna sonora fatta di canzoni (jazz, nello specifico) incise a parte. Ma ad un certo punto successe qualcosa. Il cantante dalla faccia artificialmente nera pronunciò una frase, che finì incisa sulla bobina del film grazie alle nuove tecniche di registrazione. Fu casuale, e divenne un esperimento destinato al più clamoroso dei successi.

La frase era rivolta appunto ai tecnici dell’audio che stavano allestendo l’impianto di registrazione. Ma cascava a fagiolo, e sarebbe sembrata poi inserita ad arte. Per la prima volta un attore sul grande schermo parlava, la sua voce si sentiva e non si leggeva nella didascalia. E quello che Jolson diceva sembrava un invito ad abbracciare il futuro del cinema:

«Wait a minute, wait a minute. You ain’t heard nothin’ yet!» (Aspettate un momento, aspettate un momento, non avete ancora sentito niente!).

Era l’estate del 1927. Il film non era un gran che, infarcito dai pesanti stereotipi dell’epoca come quelli che vedevano gli uomini di colore come buffe macchiette, capaci solo di gag. E così del resto appariva sulla scena lo stesso Jolson, con le grandi labbra bianche dipinte enfatizzate dal colore nero con cui si anneriva la faccia.

Ma il successo di pubblico fu clamoroso. La magìa del sonoro colpì gli spettatori con lo stesso impatto con cui le prime immagini dei fratelli Lumiere (la famosa locomotiva lanciata apparentemente contro gli spettatori) avevano fatto trent’anni prima. La Warner Bros., che prima di produrre il film rischiava il fallimento, si ritrovò in trionfo, con addirittura una nomination al Premio Oscar ed il riconoscimento di un premio speciale «per aver prodotto il pionieristico ed eccezionale primo film sonoro, che ha rivoluzionato l’industria cinematografica».

AlJolson200526-003I neri d’America avrebbero dovuto aspettare almeno gli anni sessanta per vedersi rappresentati nelle pellicole cinematografiche con caratteristiche più dignitose, ma almeno adesso avevano – come tutti – la possibilità di far sentire la loro voce. Intanto, la Warner aveva prodotto a pochi mesi di distanza il primo film interamente sonoro, Lights of new York, ed il sequel del film di Jolson con ancora lui come protagonista, Il cantante pazzo.

Jolson avrebbe continuato la sua carriera di cantante accompagnando con le sue canzoni circa una ottantina di film, e ne avrebbe interpretati personalmente una quindicina, fino alla sua scomparsa il 23 ottobre 1950. La Warner gli avrebbe dedicato una delle sue Merrie Melodies dal titolo Mi piace cantare in cui il gufetto Gufo Jolson (in inglese Owl Jolson, notare l’assonanza con il nome Al), appena uscito dall’uovo, inizia a fare il cantante di jazz suscitando l’ira del padre compassato professore di musica classica ma finendo per appassionare tutta la sua famiglia. Il cartone è una citazione e un aperto tributo al film ed all’attore che avevano cambiato per sempre la storia del cinema.

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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