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La storia secondo Matteo Berrettini

«Sto scrivendo la storia, e mi sta piacendo molto farlo», aveva dichiarato Matteo Berrettini ai microfoni della BBC la sera in cui si era guadagnato l’accesso alla finale di Wimbledon. Niente male per un ragazzo che aveva da affrontare Novak Djokovic, attuale numero uno del mondo, e si era lasciato dietro battendone il record di durata in questo torneo nomi come quelli di Nicola Pietrangeli e di Adriano Panatta.

La prima finale di un tennista maschio di casa nostra nel torneo più affascinante del mondo era un evento storico di valore assoluto, e peccato che la sensibilità relativa a questo evento l’abbiano avuta tutti meno che la RAI. Di sicuro l’aveva il diretto interessato, un ragazzo che per quindici giorni (un mese contando anche il vittorioso torneo del Queen’s) ha stupito tutti non solo per il suo gioco ma anche per il suo carattere sempre in controllo. Berrettini è uno che si fortifica nelle difficoltà, proprio come il suo avversario di oggi, il serbo Nole Djokovic.

Il collegamento iniziale di Sky lo ha sorpreso mentre percorreva i corridoi dell’All England Lawn Tennis Club diretto verso il centre court su cui era atteso per scrivere l’ultima pagina di quella storia di cui lui stesso parlava le sere addietro. Lo sguardo basso, concentrato, neanche una sbirciatina all’architrave su cui è inciso il celebre verso di Rudyard Kipling (se riuscirai ad affrontare il successo e l’insuccesso trattando quei due impostori allo stesso modo….), né alla bacheca su cui sono scritti i nomi dell’Albo d’oro, i vincitori del torneo dalla prima edizione del 1877 a quella pre-Covid di due anni fa (the championship è stato l’unico torneo del Grand Slam che non si è riusciti a disputare nell’anno di disgrazia 2020).

Djokovic costretto ad acrobazie in risposta al servizio di Berrettini

Djokovic costretto ad acrobazie in risposta al servizio di Berrettini

Troppi pensieri suscitati forse da quelle scritte, per un ragazzo che doveva averne già abbastanza di propri. Matteo è entrato sul campo centrale visibilmente emozionato. Il bello era che subito dopo di lui ha fatto il suo ingresso il defender, il numero uno del mondo Djokovic, visibilmente teso anche lui. La posta in ballo, agguantare Federer e Nadal a 20 slam vinti e portare a sei il numero di vittorie in questo torneo, era evidentemente alta anche per nervi d’acciaio come i suoi, e la fatica fatta contro questo challenger, Berrettini, al recente Roland Garros non gli facevano presagire una tranquilla domenica da trascorrere sull’erbetta inglese.

La finale è stata quel genere di match che si commenta male. Non sai se fermarti ai ringraziamenti, perché questo ragazzo romano discendente di fiorentini ha fatto il meglio che poteva (e quel meglio lo ha portato alla tanta roba di cui si diceva sopra, e dalla settimana prossima al n. 7 del ranking mondiale) e ci ha regalato comunque un’altra grandissima emozione nella domenica in cui ce n’erano già fin troppe, a voler essere sinceri. Oppure trovargli ed evidenziargli dei difetti, non foss’altro che per consentirgli di lavorarci sopra e di ripresentarsi qui l’anno prossimo in grado di vincere i punti che oggi gli sono mancati e di compiere quell’ultimo passo verso la Coppa dell’All England Lawn Tennis che oggi Djokovic è riuscito a sbarrargli.

Berrettini ci ma messo un set a sciogliere il braccio e a decidere che non aveva nulla da perdere, solo da giocarsela. Molti errori non forzati ed un rovescio non del tutto all’altezza degli altri suoi colpi (servizio e dritto soprattutto) lo hanno penalizzato nei confronti del serbo che ci ha messo invece pochi games a ricordarsi chi è.

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Un paio di smorzate finite malamente in rete con il campo aperto davanti a Berrettini hanno fatto riandare con il pensiero a quella palla che sul 4 pari 0-40 al quarto set poteva portare Pietrangeli a servire per il match nella semifinale contro Rod Laver e che invece si fermò sul nastro, o a quell’altra che diciannove anni dopo costò a Panatta il quarto set contro un DuPre che a quel punto, gasatissimo, gli andò via chiudendogli la strada di una sfida a Borg che sarebbe stata tutta da vedere.

Di simili unforced mistakes, Matteo ne ha commessi diversi, ogni volta riossigenando un Djokovic che a tratti era parso far fronte anche lui alle sue brave difficoltà. Il primo set perso in rimonta al tie break poteva dare al serbo ulteriori incertezze, ma Berrettini ha scelto l’inizio del secondo per tirare il fiato. Tre break, tutti e tre all’inizio di secondo, terzo e quarto set hanno semplificato la vita ad un numero uno del mondo che di favori degli avversari non ha proprio bisogno.

L'abbraccio finale

L’abbraccio finale

Peccato, ma resta il grande torneo di Matteo Berrettini ed il grande viatico che può trarne, più prezioso anche del piatto d’argento ricevuto alla fine dal Duca di Kent e dello stesso prize money racimolato in due settimane di gran tennis.

Mentre parte per Tokyo dove ha dichiarato di voler onorare la maglia azzurra e dove giocherà il doppio con Fabio Fognini, Matteo Berrettini si fregia da oggi del titolo di numero 2 al mondo su questa superficie. Se farà tesoro dei propri sbagli di ieri e delle parole rivoltegli dal vincitore nelle dichiarazioni finali durante la premiazione, diventare il numero uno potrebbe essere una faccenda più vicina a risolversi di quanto quelle palle fermatesi beffardamente sul nastro potrebbero fargli credere.

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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