Ombre Rosse

L’immagine del Duce

Vado in edicola, e tra le riviste esposte campeggia il Calendario di Mussolini 2022. La riflessione, anzi, le riflessioni, più che d’obbligo sono spontanee.

La prima è che il tempo passato è tanto, è volato via, ed i tempi sono davvero cambiati, se mi si perdona il bisticcio di parole. Fino a non moltissimi anni fa, almeno dalle mie parti, ad esporre un oggetto del genere rischiavi che ti dessero fuoco al negozio. Adesso, al massimo ti senti addosso qualche sguardo imbarazzato, se procedi all’acquisto come fece qualche anno fa il sottoscritto con il Mein Kampf di Hitler.

Intendiamoci, tutta roba che non mi metterei in casa se non come documento storico, quindi attinente a quello che sarebbe stato il mio mestiere, avessi assecondato la mia disposizione naturale. Ma del resto, diciamolo francamente, non mi metterei in casa neanche il calendario dei carabinieri. Intanto preferisco i gatti, e poi in quanto a discredito molte istituzioni repubblicane una volta riverite ultimamente hanno fatto a gara ad inseguire quelle del ventennio.

Faccio appena in tempo a dire a me stesso che comunque forse tutto ciò è un bene, che di monarchia e repubblica, fascismo ed antifascismo, libertà e dittatura d’ora in poi se ne potrà parlare spassionatamente, dal punto di vista squisitamente storico. E andare finalmente avanti.

Un attimo dopo mi rendo conto che invece è probabilmente proprio il contrario. Siamo di nuovo ad un bivio storico, una delle cui strade porta esattamente verso un nuovo regime, un nuovo fascismo. Release 2.0, riveduta e corretta. Non è avanti che stiamo andando, ma indietro.

Certo, i tempi sono cambiati e questa è l’unica costante di quel ragionamento che improvvisamente nella mia mente prende una direzione diversa da quella imposta dalla suggestione iniziale. Qualcuno vuole nuovamente comandare, perché come dice l’adagio siciliano, è meglio che fottere. Qualcuno desidera di nuovo di essere comandato. Perché si campa meglio, è tutto più facile, o così almeno pare. Le decisioni le prendono gli altri, le responsabilità non vengono mai in luce, a nessun livello (meno che negli sporadici Piazzali Loreto di cui è scarsamente disseminata la nostra storia, ma questo è un altro discorso). Le paure più di pancia del volgo (scusatemi se non lo chiamo popolo, perché è cosa diversa) vengono assecondate ed almeno in apparenza acquietate, se del caso anche con quella caccia spietata al nemico interno ed esterno che soddisfa tutti gli istinti e tutte le teorie complottiste e manipolatorie di cui è fatto da sempre il rapporto tra le masse ed i loro demiurghi.

Insomma, siamo di nuovo alle prese con un regime, che come la volta scorsa non si è nemmeno preso la briga di abrogare la Carta Fondamentale in vigore: lo Statuto Albertino ai tempi di Mussolini, la Costituzione repubblicana a quelli di Mario Draghi. Qualcuno dice che l’Italia è un laboratorio politico, dove si testa la capacità di sopportazione e risposta della plebe (chiamarla popolo, come sopra detto, sarebbe fuori luogo). Lo era anche cento anni fa. Il fascismo lo abbiamo inventato e brevettato noi, anche se poi altri hanno sviluppato il prototipo fino a tutte le sue varianti, comprese quelle delta. Cento anni fa la massa aveva paura dei rossi, dei bolscevichi e della fine del mondo che sarebbe arrivata sulle sciabole dei cosacchi. Per questo motivo chiese ed ottenne dall’Uomo Forte di essere messa al sicuro, protetta, illusa e blandita, essendo a tale scopo disposta a pagare il prezzo della rinuncia a qualsiasi diritto e libertà.

Stavolta ha paura di ammalarsi e morire. Hai un bel dire che il covid fa meno vittime dell’influenza di stagione, la gente (chiamarla popolo, come sopra detto, sarebbe un falso storico) si è presa uno strizzone tale, l’anno scorso, che adesso rinuncia non soltanto ai propri diritti e libertà, ma anche a quelli dei figli ancora bambini, dei figli grandi e delle prossime dieci generazioni delle rispettive famiglie. La gente che ha paura della Morte Nera regredisce allo stato di bestia, nella Firenze del Boccaccio, nella Milano del Manzoni, nell’Italia di Mario Draghi, l’Uomo Di Nuovo Forte che sta testando il Fascismo 2.0.

Nell’Italia che si spacca in due, una parte protesta per il proprio diritto che credeva inalienabile, pur presentendo che alla fine la farsa del fair play democratico cesserà e qualcuno dovrà mettere le mani addosso a qualcun altro, per sopravvivere. L’altra parte invoca plotoni di esecuzione e campi di sterminio come faceva ottanta anni fa. Anna Frank scrisse un Diario che è stato a lungo un testo obbligatorio nelle nostre scuole. Non se lo ricorda più nessuno, nessuno ammetterà mai neanche di averlo letto, ed è tanto se non è finito nel caminetto o a far da zeppa alla proverbiale gamba del tavolino.

Gli occhi mi tornano sul calendario di Mussolini, ho tempo ancora per dare sfogo ai miei pensieri, tanto prima che tocchi a me campa cavallo. I vecchi saranno anche fragili, ma sono capaci di monopolizzare una bottega per ore, vanificando perfino quelle ridicole norme di distanziamento sociale che erano state create proprio per consentire loro di credersi immortali. Questo mondo sarà anche una valle di lacrime, diceva l’altro giorno qualcuno riprendendo un vecchio adagio, ma quanto piace loro di restarci a piangere…..

La fila è scorsa, come Dio ha voluto, e ho giusto il tempo per un’ultima considerazione. Il Duce aveva più senso del ridicolo del Banchiere. I suoi Starace li confinava nelle retrovie, man mano che si rendeva conto che le loro sciocchezze plateali finivano per essere controproducenti per il regime stesso. Il Drago invece si affida ancora a Lamorgese e Speranza, segno che il senso del ridicolo è diventato una vittima di quelle che i militari come Figliuolo chiamano danni collaterali. Come dice quell’altro detto? Ogni popolo ha il governo che si merita?

Tocca a me, prendo, pago e vengo via. Per un attimo sarei tentato di prendermi anche il calendario Mussolini 2022. Ma chi me lo fa fare, la massa è stupida e non capisce né battute né provocazioni.

Aspetta solo la prossima dose. Di cosa ci sia dentro, non le importa. Non le è mai importato.

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

Lascia un commento