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L’Italia dei cialtroni

Foto Marco Alpozzi/LaPresse 15 agosto 2018 Genova, Italia Cronaca Genova, crollo Ponte Morandi: foto notturne Nella foto: Il ponte crollato visto dal lato di via Canepari Photo Marco Alpozzi/LaPresse August 15th, 2018 Genoa, Italy News Bridge collapses on Genoa highway

GENOVA – «Non possiamo aspettare i tempi della giustizia», dice Giuseppe Conte, presidente del consiglio in visita sul luogo della terza o quarta sciagura nazionale nei tre mesi scarsi trascorsi dalla sua entrata in carica. Lo dice uno che quei tempi, e quella giustizia, li conosce bene, essendo stato fino a tre mesi fa ordinario di Diritto Privato presso la Facoltà degli Studi di Firenze.

Secondo il partito democratico (a caccia di argomenti per uscire dall’angolo dove si è ritrovato come un pugile suonato), questa frase squalifica lui e la sua professionalità, insieme al fatto di essere stato consulente di Aiscat, l’associazione delle concessionarie autostradali («a libro paga», tuona il Grande Inquisitore Martina, reggente pro-tempore dei Dem). Un giornalista non dovrebbe mai prendere parte, ma a parere di chi scrive, questa frase qualifica semmai in senso positivo tutto il governo. Stavolta, è auspicabile che nessuno starà a guardare e basta, fino al momento di correre sul luogo della disgrazia successiva (scampata peraltro nella notte in Molise, terremoto 5.2 scala Richter).

Il governo tira dunque dritto sulla strada della minacciata revoca della concessione della gestione della rete autostradale italiana al gruppo Atlantia (già Autostrade S.p.A.) di cui la famiglia Benetton è azionista di maggioranza. Spinge in tal senso Luigi Di Maio, prende tempo Matteo Salvini, media come al solito efficacemente Giuseppe Conte. Ma si può dire che il governo del cambiamento questa volta cambierà davvero, in tema di concessioni, privatizzazioni, appalto di servizi. E presenterà il conto a chi di dovere.

«Non aspetteremo i tempi della giustizia (Giuseppe Conte)»

La famiglia Benetton fu una delle prime beneficiarie delle privatizzazioni selvagge (e fin troppo amichevoli nei confronti di qualche imprenditore vicino all’area di governo) del governo Prodi nella seconda metà degli anni novanta. Da allora, le lamentele circa le modalità di gestione della famiglia trevigiana si sono succedute senza soluzione di continuità. Il succo: tutti i profitti agli azionisti, pochi investimenti, scarsa manutenzione, pessima qualità dei servizi, tariffe salatissime. Fino a ieri perfino le ambulanze pagavano il pedaggio in autostrada, e senza sconti.

Il conto delle vittime intanto è salito intanto a 38 morti accertati e più di 20 dispersi. Sono tanti, eppure per la portata che poteva avere il disastro del Ponte Morandi si può dire che la mano di Dio si sia stesa anche qui, a Genova, ad evitare una strage di gran lunga più terribile. A questo paese servirà alla fine cambiare prima di tutto la religione ufficiale. L’induismo si presta più del cattolicesimo, a noi serve una dea come Khali, dotata di almeno sei mani.

Mentre le ricerche continuano e si organizzano funerali che non saranno di Stato per rifiuto di buona parte delle famiglie delle vittime, il discorso torna a scivolare inevitabilmente e nuovamente sui soldi. Quelli che il governo vuole dal gestore per pagare danni e ripristini, e che il gestore ha già detto di non voler pagare. «Non ci risulta che fosse un ponte pericolante», disse a botta calda l’amministratore delegato Giovanni Castellucci nelle ore immediatamente successive al crollo del Morandi. Ieri con uguale agghiacciante improntitudine i vertici di Atlantia hanno fatto sapere che si opporranno alla revoca e chiederanno la riscossione del valore residuo della concessione (scade nel 2038) nonché l’attivazione della penale che qualche sprovveduto – diciamo così – amministratore pubblico a quanto pare concesse loro tra le clausole del contratto di concessione, esigibile anche nel caso di colpa o negligenza.

«Un qualunque laureato in Legge sa che la concessione non si può revocare», tuona l’ex magistrato, ex ministro, ex segretario Antonio Di Pietro con la consueta loquela a metà strada tra la Festa dell’Unità provinciale e la Commedia dell’Arte sannitica. E rincara la dose: «Ho avuto a che fare con quella concessione e so come funziona. Certi ministri improvvisati diffondono fake news: la caduta del ponte non è sufficiente per chiedere la revoca della concessione con Autostrade per l’Italia».

«Io con quella concessione ho avuto a che fare (Antonio Di Pietro)»

A proposito di ministri improvvisati, ognuno ricorda che l’ex onorevole di quei governi Prodi che alienarono il patrimonio di servizi pubblici italiani a vari amici degli amici – sottoscrivendo contratti come questo che qualunque persona in possesso di un diploma di terza media (purché preso studiando ed in buona fede) riconoscerebbe come eccessivamente oneroso per lo Stato e indebitamente garantista per il concessionario – lui è stato membro a più riprese. E per sua stessa ammissione sa bene dunque di cosa stiamo parlando, e non grazie alla sua laurea o ai suoi trascorsi in magistratura. Ma per averci messo mano.

Quel contratto, così com’é, non andava firmato. Punto e basta. Di Pietro è stato tante cose, e in nessuna di esse ha convinto o portato a casa risultati, se non per se stesso. La sua Italia dei Valori propugnava poche idee ma confuse, e ha concluso con scarsa dignità il cursus honorum di un politico che se avesse razzolato come ha predicato avrebbe aiutato senza dubbio la pubblica amministrazione di cui ha fatto parte a lungo a non incorrere in infortuni come il contratto Stato – Società Autostrade S.p.A.

Discorso sostanzialmente analogo vale per il partito democratico e per i mass media ad esso contigui, che adesso si schierano in modo quanto meno singolare dalla parte di Benetton & soci. Il popolo italiano ed i suoi interessi sono evidentemente un punto di riferimento che sfugge proprio alla sinistra italiana. Benetton non avrà finanziato la campagna elettorale di nessuno, ma non c’é dubbio che a gente come Renzi riesce molto più congeniale sintonizzarsi con costui, piuttosto che con i normali cittadini.

Il governo comunque, dicevamo, pare che andrà a dritto. Non aspettando i tempi della giustizia ordinaria con l’accertamento di responsabilità che in Italia solitamente rende quei tempi storici, biblici, quasi geologici. Il processo per il crollo della diga del Vajont, per esempio, si concluse quasi dieci anni dopo il disastro, e con l’assoluzione di tutti gli imputati. Sfruttiamo le contraddizioni del sistema, deve aver pensato il professor Conte, e usiamo le disfunzioni della nostra giustizia per fare giustizia. Revochiamo la concessione, non paghiamo penali (tanto più in presenza di 38 bare già allestite e di altre 20 probabilmente da allestire) e sia Benetton, se vuole, a fare causa e a divertirsi con avvocati e periti di parte (ma senza più gli introiti dei pedaggi di cui in questi anni ha trattenuto in tasca il 93%, dati alla mano).

E nel frattempo, fermiamo tutto (a cominciare dal calcio e da altri passatempi in questo momento inopportuni, anche se per qualcuno più remunerativi della gestione di un’autostrada) e riflettiamo sulla nostra situazione, la nostra storia, noi stessi.

La "mano di Dio"

La “mano di Dio”

Abbiamo vissuto per cinquant’anni nella convinzione che boom economico e progresso avessero fatto del nostro paese un’isola felice. Scopriamo cinquanta anni dopo che quel boom e quel progresso avevano lati tremendamente oscuri (di cui tutti a quanto pare sapevano, perché adesso qualunque laureato in ingegneria se ne esce fuori con un io l’avevo detto).

L’Italia che avrebbe la tentazione di istituire il governo platonico dei migliori, i medici per esempio quando si tratta di vaccini, si scopre dubbiosa a proposito del fatto di aver lasciato in sostanza il governo agli ingegneri. I ponti di Morandi sono quasi tutti o crollati o chiusi per precauzione (l’ultimo in Libia, paese che da anni non ha un governo degno di questo nome, ma che a quanto pare ha ancora qualcuno con il cervello dentro la testa, quando serve). La politica da noi ha abdicato da tempo alla sua funzione più nobile, e sarebbe ora che la riscoprisse, rimettendo medici e ingegneri al loro posto e riassumendosi le proprie responsabilità.

Italia che crolla e sprofonda, la vignetta che circola sul web

Qualunque persona, qualunque sia il suo titolo di studio, si chiede tra l’altro come mai le opere romane sono lì da 2000 anni e hanno resistito a tutto. I Romani usavano l’arco come struttura portante, una struttura che lavora solo in compressione. Il traffico che essa doveva sopportare era certamente infinitesimale rispetto a quello delle strade odierne. Ma in ogni caso la pietra ed il calcestruzzo hanno un elevatissima resistenza soltanto alla compressione, e loro già lo sapevano. Noi abbiamo introdotto la trazione, nell’architettura e ingegneria moderna con il cemento armato abbiamo iniziato a far lavorare le strutture portanti (travi lineari) sia in compressione (calcestruzzo) che in trazione (acciaio).

Abbiamo creato strutture più snelle ma quanto dureranno? Adesso apprendiamo che la vita media di queste strutture è di 50 anni, il che vuol dire che abbiamo già speso il bonus e siamo all’overtime. Anche quando sono state costruite meglio di questo Ponte Morandi, per il quale – a quanto emerge adesso – gli allarmi si erano sprecati, e di manutenzione è costato due volte più che rifarlo nuovo.

I Romani, che conoscevano le proprietà del calcestruzzo, in più avevano altre risorse. Chi costruiva, e poi chi gestiva la manutenzione, se funzionava male finiva al Circo, ad bestias. Alle bestie feroci, fosse nobile o plebeo, dotato di soldi a palate come il patrizio Benetton o finanziato altrettanto a palate da quei soldi come qualche senatore che adesso si risente.

Forse, alla fine del discorso, è per questo che i ponti dei Romani, dopo 2.000 anni, stanno ancora su.

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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