Ombre Rosse

L’Italia resta a casa, passa la sinistra

Due cose non avrebbe dovuto fare Matteo Salvini nella sua vita politica. La prima fu quella di abbandonare la maggioranza di governo gialloverde nell’agosto 2019, permettendo ai suoi avversari fino a quel momento ricoverati in rianimazione di infilarsi nella stanza dei bottoni al suo posto e buttare via la chiave.

La seconda, perché a volte il destino e la storia sono magnanimi ed offrono una seconda chance, è stata quella di farsi cooptare dalla maggioranza di governo artificiale ed artefatta che Mattarella ha consegnato a Draghi perché ne facesse di cotte e di crude, ovviamente senza sentire il parere dei governati.

Ha avuto due rigori, Matteo Salvini, e li ha sbagliati entrambi, calciandoli peraltro malamente come Pellé e Zaza nel match europeo contro la Germania del 2016. Proprio così, anche se personalizzare in politica non sempre offre le chiavi di lettura più efficaci, e non sarà certo questa l’unica causa della debacle con cui si confronta ad urne amministrative chiuse il centrodestra.

Ma è certo che al disamore per la politica e la democrazia mostrato domenica e lunedì dall’elettorato comunale italiano ha dato una bella spinta la percezione che a questo punto maggioranza e opposizione sono due concetti astratti, se non mitologici; che altrettanto lo sono destra e sinistra (con una sinistra sempre più liberticida ed una destra sempre più vorrei ma non posso, che hanno tra l’altro come unico valore condiviso la perdita di vista della bussola primaria dell’interesse del popolo e della nazione); che la Lega si conferma una volta di più forza di piazza e di contestazione (almeno fino ad un anno fa) ma raramente forza di governo. E senza la Lega, anzi con questa Lega, l’intero centrodestra non va da nessuna parte.

54,69% dicono le percentuali dei votanti ad urne chiuse. L’astensionismo cresce, ed era forse difficilmente evitabile dopo anni di democrazia sospesa dai magheggi del Quirinale e dopo gli ultimi due trascorsi dai cittadini in segregazione civile prima ancora che materiale. Ma, ribadiamo, la percezione che ormai tra chi ci vuole schedare ed irreggimentare per vocazione storica, la sinistra, e chi vuole o si riduce a farlo per mero calcolo opportunistico (clamorosamente errato tra l’altro), la destra leghista, non c’é in sostanza alcuna differenza, ha dato alle percentuali suddette la cosiddetta mano di coppale.

Con Salvini ridotto a un Di Maio in versione padana e Silvio Berlusconi ormai in stato di confondere le vicende della propria salute personale con quelle della salute del paese, si salva, per ora, soltanto Fratelli d’Italia la cui leader Giorgia Meloni ha imposto la linea ferrea dell’opposizione senza se e senza ma, ma raramente ha saputo rendere effettiva questa posizione che avrebbe dovuto essere assai più pagante.

Presenziare a tutti i comizi elettorali di questo autunno 2021 e disertare nel contempo tutte le piazze dove il popolo, quello vero, senza etichette e senza fastidiosi sponsor politici, manifestava contro la nascente dittatura sanitaria, cara Giorgia, probabilmente non è stata la tua mossa più felice, la tua intuizione più brillante.

Le cifre del disastro del centrodestra parlano chiaro: Bologna, Napoli e perfino quella Milano che si immaginava esausta delle bravate del sindaco uscente Sala e dei radical chic della Milano sempre da bere che lo sostengono, sono rosse, anzi giallorosse al primo turno.

A Torino come a Trieste, dove il sindaco uscente Dipiazza non raggiunge il quorum per pochissimo e adesso affronta al pari dei colleghi del centrodestra un insidiosissimo ballottaggio pur avendo la città di fatto schierata dalla sua parte (potrebbe essere un arrivo al fotofinish come quello della staffetta dei cento metri olimpici), ci rivediamo a Filippi tra due domeniche. Se i Cinque Stelle, ancor più penalizzati della Lega e quasi in stato preagonico, risponderanno presenti ai prevedibili ordini di scuderia, le cose per la banda Salvini-Meloni-Berlusconi si faranno ancor più serie, se non drammatiche.

Ciliegina sulla torta giallorossa, le suppletive a Siena dove trionfa Enrico Letta (ma presentandosi senza il simbolo del PD, probabilmente ancora abbastanza detestato se non addirittura odiato visti i danni fatti dal partito che fu di D’Alema al capoluogo toscano) e le comunali a Roma Capitale, dove il ceffone prevedibilmente e personalmente incassato dalla Raggi insieme alla sua giunta ormai costituita soltanto dai cinghiali potrebbe essere lenito da un ballottaggio favorevole al duo Gualtieri-Calenda. Fratelli d’Italia titola CIAO VIRGI’, tra due settimane il titolo potrebbe essere CIAO MICHETTI.

Mentre neppure la tardiva autocritica di Salvini risulta convincente, una analisi precoce e sommaria del voto conferma inevitabilmente che l’elettorato ha giudicato scellerate le scelte del centrodestra più ancora di quelle del governo di cui fa parte. Si ha un bel dire che le amministrative fanno storia a sé, di solito è vero, ma non – purtroppo – questa volta. Il governo nazionale e le forze di ogni genere che lo supportano, leggeranno nel voto di ieri un sostanziale incoraggiamento ad andare avanti sulla strada intrapresa. Ieri per votare non era necessario il green pass (pur dovendo accedere agli stessi fabbricati scolastici per entrare nei quali non è sufficiente di norma essere genitore, bisogna anche essere vaccinato). Presto, a lasciar fare Draghi, i suoi accoliti ed i suoi oggettivi volenti o nolenti supporters come l’ex capo dell’opposizione Salvini, potrebbe essere necessario esibirlo insieme al certificato elettorale.

La parola per chi dissente passa adesso definitivamente alla piazza. Chissà se Giorgia e Matteo (a Berlusconi auguriamo pronta guarigione ed una serena vecchiaia) lo capiranno, finché sono ancora in tempo a farlo.

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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