Ombre Rosse

Luna Rossa, zona rossa e la Giornata del Covid

Norimberga, 1945

Giudice domanda: Come avete convinto il popolo tedesco ad accettare tutto questo?

Hermann Goering risponde: E’ stato facile e non ha nulla a che fare con il nazismo, ha a che fare con la natura umana. Lo puoi fare in un regime nazista, comunista, socialista, in una monarchia o in una democrazia. L’unica cosa che si deve fare per rendere schiave le persone è impaurirle. Se riuscite a immaginare un modo per impaurire le persone, potete fargli quello che volete.

David Sassoli e Ursula von der Leyen

David Sassoli e Ursula von der Leyen

Per uno di quegli scherzi che fa il destino, il giorno in cui l’Italia festeggia il suo 160° compleanno nazionale è anche quello all’alba del quale si spegne definitivamente il sogno alimentato da quella sua eccellenza che risponde al nome di Luna Rossa.

Dall’altra parte del mondo un vento incostante prima illude e poi mortifica i nostri marinai, arrivati ad un passo da un sogno appunto che dura da quarant’anni, e che ci fa regolarmente risvegliare sul più bello, alle prime luci dell’alba, quando il traguardo di Newport, di San Diego, di Auckland appare ormai in vista.

Che dire ai nostri ragazzi del team Prada, la Nazionale della Vela? Soltanto grazie. Per averci fatto di nuovo sognare, e per aver detto subito, a caldo, che ci riproveranno, nonostante la delusione sia cocente. Abbiamo perso da coloro che da vent’anni a questa parte sono i migliori del mondo, eredi di una tradizione che risale molto indietro nel tempo. Se gli anglosassoni dominano i mari da almeno cinque secoli ci sarà un motivo. Se il salto di vento beffardo colpisce regolarmente noi e non loro, ci sarà un motivo. Sportivamente, ci manca l’ultima bolina, l’ultima strambata, l’ultima stretta di denti e di nervi quando il gioco da duro si fa durissimo e in poche miglia marittime e minuti ci si gioca tutto, cioé questa coppa vecchia di oltre 150 anni che di fatto è la Coppa del Mondo della Vela. Non è questione di fortuna o sfortuna, anche se tradizionalmente i marinai sono una delle categorie più superstiziose che esistano. C’é solo da stringere la mano ai vincitori che se lo meritano, e tornare ad allenarsi ancora più duramente per ripresentarsi qui la prossima volta con quel qualcosa in più, poca roba ma decisiva, che finora ci è mancato.

Il bicchiere è comunque pieno per nove decimi e questo ci conforta. Ci siamo lasciati dietro buona parte di quel mondo anglosassone che aveva soppiantato secoli fa le nostre repubbliche marinare: americani, australiani, inglesi, ci guardano tutti con invidia, perché la Prada Cup, la coppa che ha sostituito la vecchia Vuitton e che assegna il titolo di challenger, di sfidanti, torna in Italia. Non succedeva dal 2000, dalla prima sfida di Bertelli & c.

In questi vent’anni trascorsi non sono cambiate soltanto le barche, diventate un qualcosa di avveniristico e di fantascientifico, più simili ad un prototipo di Guerre Stellari che ad imbarcazioni a vela così come le conoscevamo, pressappoco immutabili dal tempo dei vichinghi. E’ cambiato il mondo, e sicuramente è cambiato il nostro paese, in assoluto e in raffronto a quel mondo.

I due paesi che si sono giocati l’Insalatiera del Mare sono diametralmente opposti, non solo per la loro posizione geografica. L’Italia in questi ultimi decenni è diventata un paese ripiegato su se stesso, da ben prima di questa pandemia che le ha dato la cosiddetta mano di coppale, trasformando il paese di Luna Rossa in una enorme Zona Rossa a cielo aperto e case chiuse. E’ un paese che non ha più economia, non ha più democrazia (con buona pace del rètore Mattarella che sostiene il contrario ad ogni pubblica ricorrenza), non ha più sanità. Si pensa e si parla solo di Covid, per il resto provate a chiedere non diciamo una visita specialistica ma un semplice appuntamento con il vostro medico di base. Più che un paese questo è diventato un film di fantascienza, popolato da gente stralunata che si aggira per le strade ed i pochi esercizi commerciali rimasti aperti con dipinta sul volto l’incertezza. Non per il futuro, ma per il presente: di che colore siamo oggi? Si può uscire? E dove si può andare? E cosa si può fare?

Se questa è la democrazia di Mattarella (a sentire chi gli ha scritto il discorso commemorativo della ricorrenza unitaria sì, lo é), siamo conciati per le feste. Soprattutto perché saranno feste da trascorrere in casa, esattamente come un anno fa. I dati snocciolati con tono da bollettino di guerra e piglio tra l’arrembante ed il penitenziale sembrerebbero dire il contrario, che il lockdown prossimo venturo è esagerato per quanto inutile. Lo direbbero chiaramente, se solo fossero posti a base di una dicussione razionale. L’unica verità assoluta è che chi gestisce la sanità (il vertice politico – amministrativo, non gli addetti ai lavori di corsia, sia chiaro) non ha saputo lavorare.

Ma ormai si gioca sulla paura, e tutto sta a capire contro cosa si rivolge quella paura. Negli ultimi giorni il terrore che attanaglia una generazione di italiani che pretende di commemorare quella di Vittorio Veneto senza sciacquarsi la bocca prima di pronunciarne il nome, si sta dirottando dal Covid ai vaccini teoricamente messi a punto per combatterlo, che invece per parte loro si stanno rivelando altrettanto letali. Come insegnavano Joseph Goebbels e il suo collega Hermann Goering, che a Norimberga lo dichiarò esplicitamente, la paura per instaurare un regime è fondamentale, il nemico da combattere – vero o presunto che sia – deve far paura più dei metodi usati dai tuoi scagnozzi.

Dall’altra parte del mondo, le immagini sullo sfondo di Luna Rossa e New Zealand impegnate a strambare in acqua ci hanno mostrato una popolazione felicemente assiepata sulle rive del campo di regata, sorridente, festante, senza mascherine, senza apparente problema se non quello di veder trionfare una volta di più la squadra di casa. I kiwi, al pari dei loro vicini aussies, attuano da anni una politica fortemente restrittiva per quanto concerne l’immigrazione di persone e cose. Forse per questo si sono potuti permettere di non chiudere proprio nulla, di lasciare andare la vita e l’economia così come vanno da sempre, da quando i primi coloni scozzesi approdarono su quelle sponde in cerca di una fortuna che l’Europa già allora negava loro. Un’Europa che nel frattempo è, se possibile, molto peggiorata, impoverita ed intristita da ogni genere di bacillo virtuale o reale importato da altri continenti e nello stesso tempo stordita da istituzioni che si è data nel dopoguerra inseguendo le chimere di pochi visionari senza altro obbligo sociale che quello di predicare appunto le proprie visioni.

Fa festa il popolo meno intristito e represso, e non sarà neanche questo un caso. Veder tornare Luna Rossa con la Coppa America ci avrebbe fatto un gran bene e data una grande gioia, ma siamo certi che avrebbe finito anche per rappresentare una enorme distrazione da una attualità che invece richiede al momento la nostra massima attenzione.

Abbiamo politici pronti a saltare sul carro di qualsiasi cosa, salvo poi disfare quel carro già mentre ci sono ancora sopra. Come quel Salvini ex promessa del cambiamento che ha tenuto la foto di Luna Rossa per giorni sui suoi profili nei vari social network, salvo toglierla un minuto dopo la regata che ha determinato la sconfitta dei nostri portacolori.

O come quel Letta che se la ride perché il PD è andato a Canossa e l’ha richiamato dall’esilio parigino. Era bastato un Renzi che non aveva altri meriti se non quello di saper incantare con i discorsi le platee e le lobbies più disparate, per metterlo in disparte. Il segretario più incolore di una serie che una volta abbandonato il rosso primigenio di colori non ne aveva avuti più era andato a fare il professore ai malcapitati studenti d’Oltralpe e nessuno ne aveva saputo più niente. Il PD aveva navigato tra marosi in tempesta durante e dopo la permanenza di Renzi al timone, una esperienza devastante tanto che perfino la brutta copia del Commissario Montalbano gli era sembrata una trovata geniale, anche grazie alla boiata del predetto Salvini che a quella brutta copia aveva consegnato il governo del paese. Il PD che richiama Letta in servizio è quella squadra di calcio che in una stagione cambia cinque allenatori senza che ne funzioni uno, e alla fine deve richiamare il primo della lista, il primo esonerato, perché altri da ingaggiare non ce ne sono più. E il novantesimo è vicino e il risultato dice che sei sotto. Largamente sotto.

Questo è il paese che sta per richiudersi nuovamente in casa, dietro porte sprangate e segnate col sangue proprio, in attesa dell’Angelo Sterminatore. E’ una Pasqua da Antico Testamento anche questa seconda che il governo dello stato di emergenza si appresta a farci vivere, mentre dall’altra parte del mondo i kiwi torneranno ad affollare le spiagge facendo festa, con la Coppa America sollevata sopra le teste e con l’economia che tira come lo spinnaker della barca che da vent’anni a questa parte nessuno riesce a battere.

Noi invece vediamo scorrere i nostri giorni sempre uguali, tentando come unica distrazione di scorgere quella curva di cui parlano i media del servizio pubblico e privato, che come l’arcobaleno dopo la pioggia segnerebbe davanti ai nostri occhi la prova che il virus è ancora tra noi, e che il vaccino è la nostra ultima speranza, come le V2 per Hitler.

Abbiamo archiviato un compleanno della nazione, il centosessantesimo, che più mesto non si poteva. Solo Mattarella ci ha dato dentro, ma lui lo fa sempre, è un sottofondo costante e fastidioso come quello delle zanzare. Dieci anni fa, in occasione del centocinquantesimo ne fummo in qualche modo orgogliosi e contenti, ma è anche vero che il colpo di stato europeista contro l’ultimo legittimo governo nominato dal popolo e la presa di potere del sinistro (in tutti i sensi) Mario Monti erano di là da venire. Stavolta la ricorrenza è stata appena notata, da un popolo che ha ben altro di cui disperarsi che non una sconfitta nella Vela che tutto sommato per certi versi ci inorgoglisce.

Oggi, siccome il calendario dà ancor meno tregua della pandemia esistenziale pompata dai giornali e dalle TV, ecco subito un’altra ricorrenza. Un Senato che quando vuole i provvedimenti di legge li approva a spron battuto, basta che si tratti di cose inutili, ha licenziato positivamente quello che istituisce la Giornata Nazionale in memoria delle Vittime del Covid, scegliendo per celebrarla una data che è la ricorrenza di quell’evento che appena un anno fa destò la più grande impressione, il più grande sgomento nell’opinione pubblica.

Quella fila di camion che da Bergamo, allora capitale dei contagi e delle vittime, il 18 marzo 2020 si snodava trasportando le bare verso i crematori di mezza Italia è rimasta come la foto simbolo della tragedia collettiva e dello psicodramma che abbiamo vissuto. Peccato che a distanza di un anno sul retro di quella foto ci siano domande rimaste senza risposta. Perché quelle bare andavano cremate, come fossero piene di appestati, senza autopsie né verbali pubblici, senza che i cari avessero diritto ad un ultimo saluto o addirittura ad un funerale come Dio comanda, senza che nessuno ci abbia poi detto che cosa esattamente è successo a Bergamo e più in generale in Lombardia?

Massimo rispetto e cordoglio per le vittime. Non per quella foto, né per il significato che gli si è voluto dare. Tanto meno per quello puramente retorico aggiuntovi dalle massime cariche dello Stato con questo provvedimento. Accompagnato dal silenzio degli innocenti, ignorati dai media che ormai vanno dietro soltanto alla versione pubblica dei fatti.

Nessun rispetto neanche per un presidente del consiglio che la posa del primo tiglio post – Covid oggi poteva anche risparmiarcela.

Queste cose le faceva anche Mussolini. Non vorremmo mai vedere ingrossare le fila di coloro che si chiedono a questo punto tra lui e Mario Draghi che differenza c’é.

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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