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Madre e Padre Coraggio

(Nelle foto: Sergio De Caprio comandante Ultimo e Rosaria Costa vedova Schifani)

Storie di un’altra repubblica, tanto tempo fa. Non era migliore o peggiore di quella di adesso, magari allora si moriva più spesso e più facilmente. Bastava aver detto di no anche una sola volta al potente di turno. C’erano grandi criminali a giro per l’Italia, e ci sono ancora. C’erano persone, d’altra parte, che si sono meritate la qualifica di eroi. Persone che il no l’hanno detto, e hanno vissuto tutta la vita pagandone le conseguenze. Persone che hanno reso accettabile anche a noi la nostra quotidiana battaglia mattutina con lo specchio, come la definiva Montanelli. Persone che hanno permesso a questo paese di restare, suo malgrado, una spanna più su di una Colombia qualsiasi. E forse hanno impedito a Cosa Nostra di diventare definitivamente il partito di governo.

Ultimo200220-001Chissà a quanti il nome Sergio De Caprio dice qualcosa, tra le generazioni più giovani. Chissà quanti delle meno giovani se lo ricordano. Forse il nome di battaglia Ultimo è più evocativo. Quel nome che si scelse lui stesso quando lo misero a capo della Crimor, l’unità speciale che lo Stato costituì quell’anno in cui sembrava aver perduto definitivamente la battaglia contro la criminalità organizzata (ecco cosa voleva dire l’acronimo). Si ispirava a ribelli come Che Guevara ed i grandi condottieri indiani come Cavallo Pazzo, il comandante De Caprio. Eppure alla prova dei fatti fu quello che fece il suo dovere istituzionale nel modo più ineccepibile e nello stesso tempo più eclatante e spettacolare. Forse la celebre didascalia sotto la sua foto, l’uomo che arrestò Totò Riina, dice qualcosa di più, ai più giovani o agli smemorati. Adesso è roba per libri di storia, ma allora catturare il Capo dei Capi scendendo a combattere sul suo stesso terreno non fu affatto semplice. Fu una partita a carte con la morte. De Caprio, il comandante Ultimo, e i suoi indiani della Crimor la vinsero e restituirono dignità ad uno Stato che per diversi mesi era sembrato non esistere più.

A29. uscita per Capaci, 23 maggio 1992

Da allora, lo Stato si è potuto permettere addirittura di essere irriconoscente. La Mafia non mette più bombe e non spara più con gli AK47, adesso gioca in borsa come una azienda di brokers qualsiasi. Gli uomini come Ultimo non servono più, o così almeno qualcuno crede. Su di lui pende ancora la condanna a morte di Cosa Nostra, ma il Ministero intanto gli ha tolto la scorta. Forse serviva a qualche onorevole o a qualche burocrate del potentato attuale. Quello al quale – ora come allora – non puoi dire di no. Perché anche se non uccide più come prima, si vendica e può fare molto male tutt’ora.

Sergio De Caprio non si arrende, e rilancia la sua sfida. La nuova giunta regionale calabrese di centrodestra gli ha affidato l’assessorato all’ambiente, e lui accetta, a viso aperto. Non è una carica onorifica, anche se di onori a quest’uomo non ne tributeremo mai abbastanza, in vita e nella posterità. No, è operativa, di prima linea come è abituato lui. L’ambiente è diventato uno degli ambiti di investimento principali di Cosa Nostra. Le ecomafie sono un settore importante all’interno delle mafie. Un settore più redditizio della droga e appena un po’ meno del traffico di migranti dall’Africa. Il business dei rifiuti è la nuova frontiera per chi nello Stato vuole continuare a dire di no ai mafiosi ed ai politici con loro collusi. Ultimo non ha più la scorta, l’Arma l’ha congedato anni fa con pochissimo riguardo, ma lui non è arrivato ancora alla sua ultima battaglia. Cavallo Pazzo combatte ancora.

Vito Schifani

Vito Schifani

Pochi mesi prima che arrestasse Totò Riina, l’Italia si era commossa per le parole ed i gesti di un’altra persona il cui nome probabilmente non diceva più niente a molti nostri concittadini fino a pochi giorni fa. Nessuno si ricordava più di Rosaria Costa, la donna che piangeva disperata nel Duomo di Palermo in quel giorno di maggio in cui si celebrava il funerale di Stato del marito, dei colleghi e dei magistrati a cui avevano fatto da scorta. Il nome di Vito Schifani dovrebbe dire qualcosa di più, come quello di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. Anche il nome della località Capaci dovrebbe dire qualcosa di più.

Rosaria Costa vedova Schifani ci strinse il cuore a tutti mentre con voce rotta implorava i mafiosi che le avevano ucciso il marito di pentirsi, da quel microfono allestito sul pulpito della cattedrale palermitana, davanti ai feretri allineati degli ultimi servitori dello Stato caduti in servizio a quel bivio dell’autostrada A29.

Quel giorno in cattedrale a Palermo....

Quel giorno in cattedrale a Palermo….

«Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani mio, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato…, chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare… Ma loro non cambiano… […] …loro non vogliono cambiare… Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue, troppo sangue, di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti. Non c’è amore, non ce n’è amore…»

Antonio Emanuele Schifani, capitano della Guardia di Finanza

Antonio Emanuele Schifani, capitano della Guardia di Finanza

Rosaria madre coraggio da allora ha cresciuto da sola il figlio suo e di Vito. Oggi Antonio Emanuele – che nel maggio del 1992 aveva 4 mesi – è capitano della Guardia di Finanza, e rende orgogliosi non soltanto sua madre e suo padre, che lo guarda da lassù. Nessuno di loro due immaginava che tra gli uomini della mafia dentro quella cattedrale 28 anni fa ci fosse anche un loro congiunto, Giuseppe Costa, rispettivamente loro fratello e zio.

A Madre Coraggio Rosaria non è stato uno Stato vigliacco e infingardo a voltare le spalle, ma il destino stesso ed il sangue del suo sangue. 28 anni dopo, la sua voce rotta che cerca di sfuggire ai microfoni delle televisioni ci stringe il cuore un’altra volta. Ci spinge a chiederci se quella giustizia che lei invocava in chiesa davanti alla bara del marito potrà mai essere fatta. Se questo paese, questa repubblica così com’è adesso – dove non si uccide più tanto come prima ma dove si commettono tanti altri soprusi contro i cittadini onesti – sia valsa la pena del sacrificio di sangue che ha preteso.

«Purtroppo, chi rimane lì, o muore o diventa come loro….. Per combattere bisogna allontanarsi, riorganizzarsi e tornare più forti».

(Antonio Emanuele Schifani)

Sono storie per raccontare degnamente le quali forse non abbiamo le parole adatte. Forse riesce a farlo meglio la musica, soprattutto se è quella del genio di Ennio Morricone.

A Madre e Padre Coraggio.

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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