Ombre Rosse

Vaccini, camicie e fondoschiena

C’é in atto una pressione psicologica per costringere la gente a vaccinarsi che fa impressione, e che non ha precedenti nel dopoguerra.
Amici mi chiedono come fare a resistere, pur essendo convinti di non fare il vaccino ma non resistendo più (e li capisco) al bombardamento mediatico-sociale ed alle ritorsioni piccole e grandi nei posti di lavoro e nell’accesso ai servizi.
Mi sento di consigliare di tenere duro, per quanto più facile a dirsi che a farsi, lo riconosco. Non c’é tuttavia un argomento scientifico fondato ed incontrovertibile che faccia preferire la vaccinazione anti-Covid all’astensione, e ce ne sono invece molti giuridici per ritenere illegale l’atteggiamento di chi – nelle istituzioni e nella società cosiddetta civile – spinge con le buone o con le cattive (meglio le seconde, sono più efficaci) per costringere altri ad uniformarsi al pensiero unico ed alla vaccinazione coatta.
Colgo anch’io, nei miei confronti, questi atteggiamenti più o meno espliciti: dalle occhiate in cui traspare sdegno e riprovazione alle arrampicate sugli specchi di chi vorrebbe discutere con me di epidemiologia e di medicina senza avere altre basi che quelle che avevano i tolemaici per mettere all’angolo Galileo Galilei.
Io per ora posso permettermi di non mi curar di lor, ma guardare e passare. Capisco chi, per tanti motivi, è in una condizione più svantaggiata della mia, e comincia ad accusare la stanchezza.
Certo, uniformarsi al pensiero unico è meno faticoso che coltivarne uno proprio. D’altra parte va considerato che i diritti a cui rinunciamo non li recupereremo al termine della pandemia. I governi, a cominciare dal nostro, hanno già fatto sapere che ce ne saranno altre, che la vaccinazione diverrà permanente, che il bene pubblico e comune – così come loro governi lo interpretano ovviamente – avrà la precedenza sul bene e sui diritti dei singoli. Quella roba insomma per cui fecero quella guerra, una ottantina di anni fa, facendo un gran casino e distruggendo mezzo mondo.
In un film che ho visto di recente, c’é una frase che mi ha colpito. «I cittadini moderni rinunciano volentieri ai loro diritti, preoccupandosi più del loro tenore di vita». O qualcosa del genere. Ci si vaccina perché si ha paura di non poter più andare al mare, allo stadio, in discoteca, oppure addirittura a lavorare. O anche solo per non sentirsi più rompere i coglioni (cit.). Non perché si è realmente convinti che quella pozione iniettata nelle nostre vene faccia davvero bene al nostro organismo.
Il fatto è che questa vaccinazione, a differenza di quelle che ci hanno resi più sani negli anni 50 e 60, non ci arriva dopo un adeguato periodo di test efficaci e attendibili, dopo aver escluso effetti collaterali più dannosi del male che intenderebbe curare. Questa vaccinazione, per dirla come diceva mio nonno, fa come la camicia al culo quando non ci arriva. Non esclude la possibilità che dopo averla subita siamo di nuovo infettati, o a nostra volta infettiamo qualcuno. Non garantisce nulla, se non un certificato di idoneità sociale, un permesso di circolazione e di accesso a luoghi di necessità o di svago.
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Anche Hiler si preoccupava che non si diffondesse un determinato contagio

Anche i pass rilasciati dal governo tedesco dell’epoca negli anni trenta erano concepiti in tal senso. E a Norimberga, alla fine di quel governo, fu addirittura impiccato qualcuno per aver condotto o anche soltanto favorito esperimenti medici su cavie non volontarie. Stabilendo – nelle intenzioni di chi giudicò la materia allora – un principio che era inteso come universale ed immortale. Non da rimettere in discussione alla prima epidemia un po’ più complicata da gestire delle precedenti.

Il consiglio che mi sento di dare, a chi ce la fa, è perciò di tenere duro. Prima o poi intelligenza e spirito critico, libertà e autodeterminazione torneranno di moda. Per il bene sia della scienza che della nostra esistenza individuale e collettiva.
E magari ci ricorderemo i nomi di chi nel frattempo ha fatto di tutto – dietro lauto compenso – per far sì che diventassimo il gregge di cui parlano gli immunologi. Insieme ai politologi della stessa sponda.
Il primo organo del cui benessere dovremmo preoccuparci, a proposito di sanità, è il cervello. Gli altri stanno bene o male di conseguenza.

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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