Ombre Rosse

Via dalla pazza (informatica) folla

Combatterò dovunque e comunque, fedele al giuramento che feci a me stesso tanti anni fa, nel bunker sotterraneo di Whitehall dove fu scritto il discorso che ancora oggi mi leggo e rileggo nelle ore più buie. La questione è ancora una volta drammaticamente semplice: senza vittoria non sopravviveremo. Se ce l’hanno fatta allora, dovremo farcela anche noi.

Questo non significa che continuerò a prestare ascolto a chi cerca soltanto conforto alle proprie insicurezze. In questi giorni, stare sui social network assomiglia ad una di quelle sedute di autocoscienza che andavano di moda al tempo di quella nostra giovinezza che ha finito per rovinare irreparabilmente sostituendosi alla nostra coscienza individuale, o ad una di quelle sedute degli alcoolisti anonimi in cui si confessa il peccato sicuri che nessuno identificherà mai il peccatore.

Dall’altra parte sappiamo cosa c’é: ottusità bovina, travestita da patriottismo e da consapevolezza scientifica. Animali da macello che forse neanche dopo che Erode avrà portato via loro tutti i figli ammetteranno che sì, c’era una correlazione, purtroppo. Infetteranno il mondo intero con il loro vaccino maledetto, il loro veleno creato forse negli stessi laboratori dove è stato creato il virus che sta propagando invece di combattere. Ma continueranno a dire che è colpa nostra, dei non vaccinati, gli ebrei del ventunesimo secolo. Andranno dietro ai Draghi ed ai Brunetta plaudenti e schiumanti rabbia dalla bocca a cui non mancherà mai un pasto, perché per aver sempre il piatto pieno si sono tirati su la manica ed hanno accolto l’ago benedetto facendo spallucce.

Ma anche dalla parte mia (se esiste una parte mia, e dopo 60 anni di vita vissuta ne ho qualche dubbio) ormai ascolto soprattutto delirio, ricerca di social confort fine a se stesso, complottismo come quello che in passato sapeva con certezza della base aliena sul lato oscuro della Luna, o dei piani per la nascita di un Quarto Reich in cui Hitler si chiama Bildenberg. E Goebbels si chiama Mark Zuckerberg.

Sono stanco di leggere ogni giorno delle prove di una riedizione adattata ai tempi nuovi dei Protocolli dei Savi di Sion, o delle prove provate che il vaccino contiene un chip che spegnerà a comando i cervelli di tutta la popolazione mondiale, creando un Nuovo Ordine, un Grande Fratello assai più efficace e funzionale di quello di Orwell. Per qualcuno, siamo già su Matrix.

Sono stanco, le sciocchezze avrei preferito che restassero prerogativa dell’altra parte, il gregge che ha fede nell’immunità. Non della parte mia, che ultimamente gareggia in boiate con i maggiori esperti di virologia televisiva e cerca rifugio improbabile in gruppi Telegram, Whatzapp e Facebook che in realtà sono altrettanti effetti placebo.

Niente può dare conforto ad un individuo quanto la consapevolezza di una forza che gli è cresciuta dentro, dal giorno della nascita a quello dell’ultimo istante di vita. Tanto si deve morire, comunque. Montanelli diceva che quello che conta è morire in piedi. Cercare una immortalità farmacologica è assurdo e ridicolo, un peccato di superbia come quello di Prometeo, che gli Déi puniranno prima o poi.

Ma anche cercare una sicurezza psicologica artefatta mentre si è sotto pressione, un deus ex machina, un’armata di liberatori venuta dal mare lo è altrettanto. Questa volta i GI di Roosevelt non verranno, dovremo fare da soli. E purtroppo la nostra tempra non è più quella del tempo in cui fu scritto il discorso di Churchill a cui mi riferivo all’inizio. Sicurezza non ci può essere, per nessuno, c’é solo il carattere. Chi ce l’ha, lo tiri fuori e lasci perdere certi post su Facebook o su Telegram. Servono solo a renderci più ridicoli della controparte, ed è tutto dire.

Sere fa, un accidente di quelli che la natura non risparmia neanche alla religione del ventunesimo secolo, l’informatica, ci ha costretti a diverse ore senza internet, o per meglio dire senza quei network che hanno trasformato buona parte della popolazione mondiale in una congrega di virtuali donnette isteriche e credulone. Senza Facebook – udite, udite – si sta benissimo, come si stava del resto fino ad una decina di anni fa. Ci sembra impossibile adesso, ma allora ce la cavavamo bene anche senza computer e cellulari. Se ci capitava qualcosa, c’era il carattere, e quello ce l’avevano formato il nostro DNA, la nostra famiglia, le istituzioni che la società predisponeva per accoglierci bambini e trasformarci in cittadini. In genere, ci riusciva. E noi ce lo facevamo bastare. Il carattere ed al limite una cabina telefonica a gettoni.

Sono stanco, anche se non voglio arrivare a soluzioni estreme come quelle adottate in questi giorni da alcuni miei amici. Facebook mi serve ancora per propagandare quello che scrivo e penso, almeno tra i pochi a cui ancora interessa. Ma ci starò sempre meno, e di sicuro non per prestare ascolto e dare risonanza ad affermazioni che – ripeto – dovrebbero essere appannaggio piuttosto di chi ha un cervello settato come quello del bue (salvando il bue) e non di chi rifiuta un trattamento sanitario obbligatorio perché la sua scienza e la sua coscienza gli hanno dimostrato e confermato che assomiglia più ad una iniezione letale del tipo di quelle che fanno ancora in certi stati americani ai condannati a morte.

Non ci arrenderemo mai, spero, e per esserne sicuri spero anche che trascorreremo sempre meno tempo sul dissocial network inventato da un ragazzetto che sembra tanto l’apprendista stregone di Topolino in Fantasia, anche se risulta molto ma molto meno simpatico.

Per quanto mi riguarda, farò più parte per me stesso, come diceva Dante. A pensarci bene, è l’unica parte che finora non mi ha mai deluso.

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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