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Ci rivedremo nei nostri sogni, agente 007

Più che il cavalierato dell’Impero Britannico conferitogli da Sua Maestà la regina Elisabetta nel 2003, a sir Roger George Moore crediamo che fosse un’altra l’onorificenza che stava più a cuore. Scritta sulla celluloide usata per i tanti film a cui aveva partecipato da protagonista nella sua carriera. Indelebile, fulgida, gratificante fino al momento di chiudere gli occhi per l’ultima volta, ieri, a Crans Montana in quella Svizzera che era diventata il suo estremo rifugio dal male contro cui aveva combattuto negli ultimi periodi di vita, senza più il conforto della fatidica licenza di uccidere.

Del resto, era stato un uomo coraggioso anche a riflettori spenti Roger Moore. Aveva scansato la seconda guerra mondiale per motivi esclusivamente anagrafici (era del ‘27), ma all’appuntamento con il destino e una gloria peraltro mai sbandierata si era fatto trovare pronto nel 1970, quando in vacanza a Miami aveva tratto in salvo da un naufragio marittimo dodici persone, portandole a riva a nuoto ad una ad una.

Il suo onore era un altro, tuttavia. Era di sicuro l’attore più coraggioso della storia del cinema. Immaginate di accettare la parte di Amleto subito dopo Lawrence Olivier, o quella del commissario Maigret dopo Gino Cervi. Nel 1971, dopo un ultimo tentativo con Una cascata di diamanti, Sean Connery, l’uomo che aveva dato vita al James Bond agente 007 di Ian Fleming stabilendone subito e per sempre i canoni estetici cinematografici, aveva dato l’addio al suo personaggio, lasciando orfani milioni di fans in tutto il mondo.

Urgeva trovargli un sostituto, subito. La scelta era quasi obbligata, ma l’eredità pesantissima. Roger Moore era già stato Ivanhoe e Simon Templar Il Santo, passando dalla BBC alla nostra TV dei ragazzi. Insieme a Bernard Schwartz, attore newyorkese diventato famoso col nome d’arte di Tony Curtis, aveva dato vita ad una delle coppie più celebri del cinema. Come Stanlio & Ollio, Terence Hill & Bud Spencer, Lord Brett Sinclair di Mayfair e Danny Wilde del Bronx, i Persuaders (in Italia ribattezzati con un prosaico Attenti a quei due) erano entrati subito nel cuore dei telespettatori.

Per Tony era stato il coronamento di una carriera, i ruoli più prestigiosi ormai erano alle spalle, negli anni cinquanta in cui aveva rivaleggiato con Douglas Fairbanks, Robert Taylor, Tyrone Power. Per Roger invece, il bello doveva venire. La scelta di Broccoli & Saltzman, proprietari dei diritti d’autore del più celebre agente segreto di Sua Maestà britannica, cadde a furor di popolo su di lui.

Così, nel 1973 quando M si recò a casa di 007 per incaricarlo di una nuova missione al principio di Vivi e lascia morire (il nuovo capitolo della Bond-saga impreziosito dalla colonna sonora di Paul McCartney), ad aprirgli la porta si presentò non più Sean Connery, in fuga verso altre avventure e altre missioni, e nemmeno quel George Lazemby che aveva ballato un solo film, Al servizio segreto di Sua Maestà. Sulla soglia c’era lui, con il suo aplomb di londinese purosangue, i suoi understatements, la sua prestanza fisica da playboy della british high society prestato all’MI6.

Roger Moore era destinato a diventare il Bond più longevo, e di sicuro anche quello più inglese. Vivi e lascia morire, L’uomo dalla pistola d’oro, La spia che mi amava, Moonraker, Solo per i tuoi occhi, Octopussy, sono titoli che non hanno bisogno di commento per i fans dell’agente con la licenza di uccidere. L’ultimo film, Bersaglio mobile, quello che gli assegnò il record di interpretazioni e che lanciò a livello internazionale i Duran Duran autori della colonna sonora, arrivò nel 1985. dopo che Sean Connery era riapparso con un remake, quel Mai dire mai (dal titolo volutamente insinuante) che era il rifacimento di Thunderball.

L’attore scozzese era quasi sembrato voler ristabilire il suo antico primato bondiano. Il risultato del match fu quello stabilito fatalmente dall’anagrafe. Il tempo era passato per Roger come per Sean. James Bond era un archetipo di gioventù trionfante, era tempo che la sua Walther PPK e la sua licenza di uccidere passassero a qualche interprete di nuova generazione. Come quel Timothy Dalton che nel 1987 avrebbe interpretato Zona Pericolo, in un clima che ormai tra l’altro anticipava la fine della Guerra Fredda.

Il mondo cambiava, la Spectre e i nemici come Stavro Blofeld e lo Squalo appartenevano al passato. Nuove sfide attendevano il servizio segreto ed i suoi agenti alla svolta degli anni novanta e del mondo post – Unione Sovietica. Roger era stato il primo ad accorgersi di non avere più l’età, e un po’ disincantato anche dall’eccesso di violenza del copione della sua ultima performance aveva salutato la franchise. E con essa anche il grande cinema.

Negli anni d’oro di 007, Roger Moore era stato anche altro, impersonando alla perfezione il prototipo del protagonista dei romanzi africani di Wilbur Smith in Ci rivedremo all’inferno, e  poi il mercenario nei Quattro dell’Oca Selvaggia. Capace di tenere testa sullo schermo a mostri sacri come Richard Burton, Stewart Granger, Richard Harris. Era stato anche Sherlock Holmes, e tra i tanti che hanno impersonato il celebre investigatore al cinema lui non aveva di certo sfigurato.

Nell’ultima parte della sua vita era stato ancora un agente, ma per conto dell’UNICEF. Le cause umanitarie avevano sostituito quelle del secret service. Solo due volte il glorioso passato si era riaffacciato nella sua vita. Nel 1997 Philip Noyce aveva girato un remake del Santo, protagonista Val Kilmer. A Roger era stata richiesta una comparsata, così come nel 2013 quando era stata la volta del rifacimento della omonima serie TV.

Da ieri duetta nuovamente con lo yankee Tony Curtis – Danny Wilde, nei loro interminabili, scanzonati battibecchi. Da ieri risuonano di nuovo nelle nostre orecchie le note della mitica sigla di Attenti a quei due. Chiudiamo gli occhi e siamo quei due bambini che compaiono all’inizio della clip, e poi cresciamo con loro, chi a Oxford, chi nel Bronx. Siamo cresciuti effettivamente con loro.

Addio Roger, agente 007. Nobody did it better.

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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