Politica

Europa, sessant’anni e sentirli tutti

Antonio Segni firma per l'Italia

Antonio Segni firma per l’Italia

L’Unione Europea che domani festeggia l’anniversario a cifra tonda della sua antenata, si illude di essere figlia legittima e non bastarda di quella C.E.E. istituita a Roma il 25 marzo 1957, su iniziativa di tre dei più importanti paesi di quella che allora si definiva come Europa Occidentale e del Be-Ne-Lux.

In realtà, al di là della retorica istituzionale più o meno interessata, peraltro condotta da esponenti di forze politiche il cui destino appare ormai strettamente legato a quello di questa Unione traballante, la cosa che salta più agli occhi degli osservatori spassionati, nonché dei cittadini europei, è che del sogno di alcuni visionari e dell’opera di alcuni statisti illuminati che dall’immediato dopoguerra a tutti gli anni ottanta avevano fatto del continente che aveva scatenato ben due guerre mondiali un’oasi sociale ed economica quasi felice, non rimane più niente.

Il sogno degli antifascisti Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Ursula Hirschmann confinati all’isola di Ventotene tra il 1941 ed il 1944 era parso dopo la guerra come l’unica ancora di salvezza per quella metà del continente europeo che stava scavando tra le macerie causate dalla follia nazifascista, in preda al terrore di ritrovarsi presto a nuove macerie provocate stavolta dall’altra metà del continente: quella rimasta al di là della Cortina di Ferro, sotto l’influenza sovietica.

Non bastava aver opposto il Trattato del Nord Atlantico al Patto di Varsavia, gli europei volevano intelligentemente eliminare le basi cosiddette economiche e politiche di futuri conflitti. La Comunità Europea di Difesa era stata un fallimento tutto sommato ben accetto, sotto l’ombrello atomico NATO. La C.E.E. era un’altra questione, non poteva e non doveva fallire. La messa in comune delle risorse produttive fondamentali, carbone ed acciaio, e l’eliminazione progressiva delle barriere doganali e dei protezionismi era sembrata l’unica via, e aveva prodotto in apparenza i risultati sperati. Paesi che si erano detestati e odiati per centinaia di anni andavano finalmente d’amore e d’accordo, e i ragazzi di tutta Europa – almeno di quella libera – andavano dove volevano con la semplice esibizione di una carta di identità e con la comoda ed economica Interrail.

Firma dei trattati di Roma (1957)

Sessant’anni dopo la firma di quel trattato da parte di Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Olanda e Lussemburgo, i paesi membri dell’Unione che ha sostituito quella Comunità sono passati da sei a  ventotto. Ancora più eclatante però è la distanza tra la statura dei padri fondatori, Robert Schumann, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, e quella di coloro che hanno sgovernato l’Europa negli ultimi anni e che in questa settimana stanno mandando in scena l’ormai consueta kermesse di retorica fine a se stessa, senza rendersi apparentemente conto di quanto sia percepita come distante dai problemi dei cittadini europei come più non si può.

Il sogno di Ventotene e poi di Roma morì già  nella culla a Maastricht nel 1992, ormai lo sappiamo. Quello che ancora non sappiamo a sufficienza è quanto ci costa e ci costerà l’ulteriore sviluppo sotto l’effetto combinato della guida germanica dell’economia continentale e dell’immigrazione forzata e selvaggia dal cosiddetto sud del mondo. La forza dell’Europa, la sua economia condivisa, è diventata la sua debolezza. E ai ragazzi non basta più l’Erasmus per avere garanzia di un futuro, per quante lingue adesso imparino a parlare e per quante competenze – impensabili per i loro predecessori di appena una generazione fa – acquisiscano nei loro tour europei.

C’è il rischio, a ragion veduta, che sabato i festeggiamenti della ricorrenza di Roma 1957 riguardino soltanto l’Italia, e nemmeno tutta. Già ieri in Parlamento, in occasione del discorso commemorativo alle Camere in seduta comune del presidente Mattarella, si è registrato poco entusiasmo e partecipazione, con la clamorosa fuoruscita della Lega Nord, che ha ostentato anzi polemicamente la proposta di legge appena iscritta all’ordine del giorno circa l’uscita dell’Italia dalla UE. Con i grillini interessati piuttosto a quanto sarebbe successo più tardi sulla questione dei vitalizi ai parlamentari (siamo arrivati al contributo di solidarietà, ogni commento è superfluo), con il centrodestra tradizionalmente euroscettico (a parte i Tajani di circostanza), si può ben capire come le celebrazioni – o autocelebrazioni, verrebbe da dire – abbiano riguardato praticamente il solo partito democratico, e satelliti.

Sergio Mattarella tra Pietro Grasso e Laura Boldrini

Il richiamo ad un’identità europea che non decolla, e che anzi viene smentita ogni giorno nelle sue radici culturali più profonde da azioni dell’establishment diametralmente contrarie, avrà raccolto il plauso della speciale categoria degli estimatori dei discorsi di Sergio Mattarella, ma c’è motivo di ritenere che abbia poca presa su cittadini che constatano ogni giorno sulla propria pelle e per le proprie strade quale sia la realtà vera. Del loro essere sempre più ospiti sgraditi in casa propria.

«Ciò che serve è prevedere i mezzi adatti a far sì che la integrazione possa proseguire», ha detto il presidente della repubblica, riassumendo in ciò l’essenza della questione, al di là delle celebrazioni. Mentre il resto d’Europa vota, o si prepara a farlo, per fornire i governi degli stati membri delle necessarie istruzioni circa l’opportunità di continuare o meno con questa integrazione (i cui effetti si manifestano periodicamente, come ieri l’altro a Londra di fronte e dentro al Parlamento), in Italia la classe politica non avverte il bisogno di consultare il popolo, sentendosi sufficientemente autoreferenziata.

La foto di Mattarella, Grasso e  Boldrini schierati sul palco della presidenza della Camera solenni e compunti come richiede l’occasione, ricorda molto quella del brano del disco di Edoardo Bennato, Dotti, medici e sapienti. Con il povero Pinocchio che langue in disparte gravemente malato nel suo letto, ed al pari dell’Italia è destinato a morire, con o senza Europa. Con rappresentanti di questa fatta, che ad ogni buon fine subito dopo le cerimonie si sono confermati vitalizi e prebende, non c’è altro destino possibile.

Non ce ne vogliano né Altiero Spinelli, né Alcide de Gasperi. Né tutti gli altri padri sognatori e fondatori.

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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