Cinema

Il vento e il leone

Sean Connery e Candice Bergen

Maghreb. In lingua berbera, significa occidente. Dove si fermò la cavalcata degli Arabi lanciati da Maometto alla conquista del mondo allora conosciuto, sulle rive dell’Oceano Atlantico, alla fine del deserto che oggi conosciamo come Sahara, e che costituisce appunto nella sua propaggine occidentale buona parte del territorio dell’odierno Marocco.

Nessuno aveva la tecnologia per andare oltre, allora, e i guerrieri del Califfato nella loro corsa inarrestabile dovettero piegare a nord, verso la Spagna, Gebel Tariq, Gibilterra, e una storia del tutto diversa. Se avessero potuto, i cavalli berberi ed i loro cavalieri, che costituirono da subito la forza dirompente dell’esercito dell’Islam, avrebbero continuato la loro corsa selvaggia fin sul mare, diretti verso il tramonto del sole.

John Milius

John Milius, la prova che non importa fare tanti film per entrare nella storia del cinema. Basta fare quelli giusti. Dillinger, Un mercoledì da leoni, Alba Rossa, Conan il Barbaro (quello che lanciò Arnold Schwarzenegger). Più quelli a cui ha partecipato come sceneggiatore: Il ciclo dell’ispettore Callaghan (quello che confermò che con Clint Eastwood Sergio Leone non aveva preso un abbaglio), Apocalipse Now, 1941 Allarme a Hollywood, Corvo Rosso non avrai il mio scalpo, Caccia a Ottobre Rosso, Geronimo. O come produttore: Fratelli nella notte. Minimo comune denominatore, se vi piace il genere, l’eroe che, qualunque sia il pericolo (Clear and present danger, 1994), se la cava da solo in barba a tutti, e pazienza se non usa metodi ortodossi.

22 maggio 1975. Difficile dire qual è l’opera più riuscita di un regista così. Ma se hai una sceneggiatura e due protagonisti come quelli di Il vento e il Leone, che uscì quel giorno nelle sale americane, la risposta è facile. Candice Bergen veniva da Soldato Blu, l’inizio della storia del Far West raccontata dalla parte degli indiani, e Conoscenza carnale, la liberazione sessuale raccontata sulle immagini di per sé eloquenti dell’attrice più bella di cui il cinema americano disponesse allora. Sean Connery veniva invece da 007, e aveva una gran paura di rimanere legato a vita a quel personaggio, senza sapere se avrebbe mai sfondato interpretandone altri. Ci riuscì al primo colpo, nei panni di  Mulay Achmed Mohammed el-Raisuli, il Magnifico, sceriffo del Rif maghrebino conteso tra il legittimo sovrano, il sultano di Marrakesch, e le potenze coloniali di Francia e Spagna.

Sean Connery e Candice Bergen

Raisuli combatte per l’indipendenza del suo paese, e siccome appartiene ad un mondo in cui le questioni si risolvono ancora con una scimitarra berbera ed una cavalcata selvaggia non molto dissimile da quella che aveva dato il via alla storia del suo popolo circa 1.300 anni prima, pensa di piegare il mondo alle sue ragioni con il rapimento della signora americana Eden Pedecaris (la splendida Candice Bergen, appunto) e dei suoi figli.

La signora Pedecaris viva o il Raisuli morto, diventa subito il ritornello del film e la parola d’ordine della giovane nazione statunitense affacciatasi da poco sullo scenario della guerra coloniale delle grandi potenze. Alla galleria di figure carismatiche allestita da John Milius non può mancare Teddy Roosevelt, 26° presidente degli Stati Uniti d’America e fiero sostenitore della politica del trattare con tutti, ma tenendo sempre pronto dietro la schiena un bel randello.

 

Candice Bergen

Il prezzo del biglietto è abbondantemente pagato al momento della scena della fuga del Raisuli dai Marines, con le parole che rivolge alla sua ex prigioniera, quella signora Pedecaris che non considera più, a quel punto, una fonte di guai. L’emancipata e coraggiosa signora americana trattiene a stento le lacrime quando lo sceriffo la saluta con le parole, accompagnate dalla splendida musica di Jerry Goldsmith: «Ci rincontreremo di nuovo, signora Pedecaris, quando saremo due nuvole d’oro nel cielo».

Chi va al cinema per innamorarsi – giustamente – dei protagonisti di una storia fantastica, a quel punto è soddisfatto. Chi ha bisogno invece di dare un senso non solo a quella storia ma a tutte le storie del mondo passato, presente e futuro che essa riassume e sintetizza, deve aspettare le battute finali, allorché il presidente Roosevelt, seduto sul basamento dell’orso grizzly impagliato e donato allo Smithsonian Museum, legge la lettera inviatagli dal Raisuli come ultimo saluto tra due mondi ormai inconciliabili.

«Tu sei il Vento e io sono il Leone. Io, come il Leone, so bene qual è il mio posto. Tu, come il Vento, non sai mai qual è il tuo».

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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