Tennis

Le Nine Originals

(Houston, 23 settembre 1970)

Più di 50 anni fa, a Houston nel Texas, il tennis professionistico conquistò l’altra metà del cielo. O per meglio dire del circuito, quella delle donne.

Per gli uomini, la battaglia era già stata vinta nel 1968, dopo che la federazione internazionale (ILTF, International Lawn Tennis Federation) aveva aperto anche ai tennisti professionisti la partecipazione ai tornei più importanti, a cominciare dai quattro del Grande Slam.

Era stata la fine di una ipocrisia che trovava eguali ormai soltanto nel regolamento olimpico. I migliori di ciascuno sport erano costretti a gareggiare al nero, accettando ingaggi sottobanco che se scoperti tra l’altro venivano sanzionati con l’estromissione dalle competizioni sportive e la radiazione.

Rodney Laver

Rodney Laver

Nel tennis, una simile ipocrisia aveva menomato pesantemente la carriera del più grande giocatore di tutti i tempi, risultati alla mano e con buona pace di Federer, Nadal e Djokovic. Rod Laver, australiano di Rockhampton, aveva pagato la sua adesione al professionismo nel 1962, subito dopo il primo Grand Slam, con sette anni di esclusione dai circuiti tennistici principali. Risultato, aveva potuto mettere a segno il secondo Grand Slam (ineguagliato a tutt’oggi) soltanto sette anni dopo, nel 1969.

L’anno dopo ancora, l’ex gioco dei gesti bianchi (secondo la felice definizione di Gianni Clerici) era arrivato ad un’altra svolta epocale. Il regolamento tecnico aveva intanto dovuto accettare l’innovazione del tie break, che snaturava completamente il gioco accorciando sensibilmente le partite e quindi spostando la bilancia dei valori (almeno fino all’avvento degli ultra regolaristi come Borg e Vilas) verso chi possedeva colpi più incisivi e meno attendisti.

Ma soprattutto, sempre nel 1970, l’imprenditore sportivo Jack Kramer lanciò i primi tornei dal prize money clamorosamente adeguato ai tempi nuovi, il principale dei quali si sarebbe dovuto disputare a Los Angeles. A detta dello stesso Kramer, era un dato di fatto che gli uomini meritassero premi otto volte superiori a quelli delle donne, sottintendendo una differenza sostanziale nei valori tecnici e nella spettacolarità del gioco offerto da giocatori e giocatrici.

Billie Jean King

Billie Jean King

Era un sessismo abitudinale nello sport in generale, tennis compreso. Ma in quel momento cascava male. Lo sport dei gesti bianchi era allora uno sport altoborghese per eccellenza, e quindi chi lo giocava, uomo o donna che fosse, apparteneva solitamente ad una categoria che di fame non rischiava di morire e poteva permettersi di combattere le battaglie in cui credeva. Fino in fondo.

Capofila della battaglia con cui le donne pretesero ed ottennero nel giro di pochissimo eguaglianza di diritti e di compensi con i colleghi maschi fu l’americana Billie Jean King. Che oggi tutti ricordano perché fu la prima ad avere il coraggio di fare outing a proposito della sua omosessualità, ma che in realtà dovrebbe essere ricordata – e addirittura omaggiata con una statua – per il coraggio con cui andò ad affrontare a viso aperto la preponderanza maschile in un altro ambito assai più significativo. Quello appunto della parità dei sessi, almeno sul campo di gioco.

Billie riunì a Houston otto colleghe tra quelle che allora andavano per la maggiore nel circuito femminile. I loro nomi, da scolpire per sempre nel basamento della statua che andrebbe dedicata alla King, erano Peaches Bartkowicz, Rosie Casals, Judy Dalton, Julie Heldman, Kerry Melville Reid, Kristy Pigeon, Nancy Richey e Valerie Ziegenfuss.

New York, 13 settembre 2021

New York, 13 settembre 2021

Alle suffragette del tennis si unì colei che all’epoca era considerata a ragione la più competente imprenditrice donna in quel campo. Gladys Heldman, madre della suddetta Julie, era la direttrice della prestigiosa rivista di settore World Tennis (l’avrebbe venduta nel 1972, affermando poi orgogliosa che nella nuova gestione occorrevano sette uomini per fare quello che aveva fino ad allora fatto lei da sola in redazione).

La Heldman capì che all’utile della battaglia per i diritti si poteva unire come dilettevole lo sviluppo di un ambito fino a quel momento inesplorato di investimenti e di guadagni. Un richiamo che in America è stato da sempre un potente fattore di cambiamento. Propose dunque alla King ed alle sue compagne l’affiliazione ad un nuovo soggetto, che per il momento si contentava di stare al di fuori della ILTF e di organizzare un maxi-evento per conto proprio. I maschi andassero pure a los Angeles, le donne avrebbero giocato a Houston, con la sponsorizzazione della Philip Morris attraverso il suo marchio di punta Virginia Slims.

King e compagne si legarono al nuovo sponsor per la cifra simbolica di un dollaro, quanto bastava secondo la legislazione americana a metterle al riparo da ritorsioni federali o da parte di sponsor ed organizzatori di eventi, in quanto giocatrici provviste di regolare contratto.

Le superstiti, sul centre court di Flushing Meadows con Emma Raducanu e Leylah Fernandez

Le superstiti sul centre court di Flushing Meadows con Emma Raducanu e Leylah Fernandez

Il torneo fu davvero un evento ed un successo, anche se snobbato da nomi importanti del tennis femminile, quali Yvonne Goolagong Cowley, Margaret Court Smith (l’ultima donna a realizzare il Grande Slam), alle quali si sarebbe in un primo tempo aggiunto l’astro nascente e fidanzatina d’America tennistica Chris Evert. La quale fece tuttavia in fretta a ricredersi, ed a passare armi e bagagli nel campo delle più avvedute, coraggiose e ben presto meglio pagate colleghe.

Il 23 settembre 1970 fu messo in moto qualcosa che non poteva essere più fermato. Non c’era ragione biologica o giuridica per cui una donna dovesse essere considerata inferiore – e meno remunerabile – di un uomo. Anche il mondo del tennis, all’interno del quale pur resistevano atteggiamenti e filosofie antiquate come l’obbligo del bianco a Wimbledon, dovette rendersene conto velocemente. Nel 1972 le donne avevano già a Boca Raton, in Florida, il loro Masters, l’evento di fine stagione a cui partecipavano e partecipano tutt’ora le migliori otto dell’annata nel circuito pro.

L’anno dopo ancora, nel momento in cui saltava per aria anche il governo mondiale del tennis maschile – con il boicottaggio di Wimbledon da parte di tutti i più grandi giocatori per protesta contro la squalifica da parte della Federazione Jugoslava di Nikola Pilic, reo di non aver risposto ad una convocazione in Coppa Davis e quindi di aver affermato la sua libertà di professionista, libertà allora messa ancora in discussione non soltanto dai regimi comunisti dell’est, ma anche da quelli capitalisti dell’ovest – le donne del tennis in gonnella videro sancita la loro vittoria dalla fondazione di una loro Federazione autonoma, la Women’s Tennis Association (WTA).

A quel punto Virginia Slims finanziava non soltanto un evento, ma un intero circuito. Lo US Open del 1973 fu il primo torneo Grand Slam ad essere organizzato dalle donne per le donne, che a quel punto giocavano finalmente per se stesse, e con lo stesso montepremi degli uomini.

Billy Jean King con Bobby Riggs

Billy Jean King con Bobby Riggs

A rendere emblematica tutta questa vicenda, pochi giorni dopo la finale dell’Open di New York Billie Jean King sfidò il collega maschio Bobby Riggs nella celebre Battaglia dei Sessi, la partita (inevitabilmente propagandistica) maschio contro femmina che si concluse con la vittoria della femmina, 6-4 6-3 6-3. A chi solleva tutt’ora dubbi sulla validità di questo risultato, giova ricordare che Riggs aveva battuto seccamente pochi mesi prima in analoga circostanza la detentrice dello Slam femminile Margaret Court Smith. Il fatto è che in quello scorcio di 1973 la racchetta di Billie era sostenuta dagli Dèi, i quali avevano cara finalmente la causa dello sport femminile.

La vicenda non era stata tuttavia del tutto indolore. Delle nove originals – come da allora sarebbero state chiamate e celebrate – due, Judy Dalton e Kathy Melville Reid furono pesantemente sanzionate dalla loro federazione, quella australiana, da cui furono squalificate per due anni, mentre il loro sponsor, la prestigiosa Slazenger stracciava il contratto e impediva loro l’uso dell’attrezzo di propria produzione per un periodo equivalente.

Billie oggi

Billie oggi

«Avvertii un senso di paura ed euforia allo stesso tempo», racconta la King a proposito di quel giorno decisivo, il 23 settembre 1970. «Sapevamo che stavamo scrivendo la storia e avevamo una grande consapevolezza del nostro scopo. Continuavo a pensare alla visione che avevamo per il futuro del nostro sport. Volevamo che ogni ragazza del mondo potesse avere la possibilità di giocare e, se abbastanza brava, di vivere di tennis (…) Non eravamo sicure di cosa sarebbe successo, ma eravamo disposte a qualsiasi sacrificio per le future generazioni. E quando oggi vediamo Emma Raducanu e Leylah Fernandez sul campo, sappiamo che ne è valsa la pena», continua Billie.

«Le giocatrici di oggi vivono la nostra visione», dice ancora. «Nel 1970, e anche dopo la firma del contratto da un dollaro con Gladys, molti non credevano che il tennis femminile sarebbe diventato uno sport globale, e che le giocatrici avrebbero guadagnato le cifre odierne. Ma è una realtà ormai, e so che le giocatrici di oggi terranno in vita il nostro sogno per le generazioni future, ispirando anche altri sport femminili».

Nove donne, un dollaro di contratto, l’origine di tutto.

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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