Cinema

Pomodori verdi fritti alla fermata di Cicely

Cicely Tyson (New York, 19 dicembre 1924 – New York, 28 gennaio 2021)

Ho appena terminato di vedere l’ultima stagione di una delle fiction meglio riuscite tra quelle proposte da Netflix. How to get away with murder, tradotto (male) in italiano come Le regole del delitto perfetto.

Bella crime e legal story, avvincente nel plot e anche abbastanza anticonformista, sia nel trattare tematiche gay, razziali e di altro più o meno scomodo tipo in modo politically uncorrect, sia nell’assestare un duro colpo al sistema giudiziario americano, troppo spesso esaltato acriticamente da televisione e cinema.

Molti dei protagonisti, bravissimi tutti, non sono tra l’altro facce nuove. Soprattutto una, l’attrice che interpreta Ophelia Harkness, la madre della protagonista. L’ho già vista da qualche parte. In una parte tra l’altro di quelle che non si dimenticano, o almeno non si dovrebbero dimenticare.

Poi all’improvviso ricordo, e la macchina del tempo si mette in moto a ritroso, fino al 1991 ed ai fotogrammi di una pellicola che a differenza di tante altre dell’epoca non è affatto ingiallita…..

Cicely Tyson con Viola Davis in How to get away with murder

Cicely Tyson con Viola Davis in How to get away with murder

A volte mi sembra di sentirmi come Bilbo Baggins, come burro spalmato su troppo pane. Il tempo è passato, ed è corso via. A rivedere i film con cui sono cresciuto e invecchiato a volte mi prende la commozione. Certi erano proprio capolavori, anche se adesso molti sembrano datati. Ma qualcuno resiste, senza perdere di forza narrativa e fotografica malgrado gli anni e le tecniche del moderno cinema ad effetti speciali abbiano stravolto completamente il nostro immaginario collettivo e le narrazioni capaci di colpirlo, in un’epoca in cui ci sembra ormai di aver visto tutto.

Questo film potrei rivederlo tutti i giorni. Era la fine del 1991 quando uscì nelle sale americane la trasposizione di un romanzo di Fannie Flagg per la regia di un debuttante, Jon Avnet. Quando la storia c’é e gli attori pure, a volte fai centro subito.

Pomodoriverdifritti210129-001Pomodori verdi fritti alla fermata del treno ce lo ricordiamo tutti, soprattutto quelli della mia generazione che uscivano dalla sala in quelle feste di Natale 1991-92 estasiati ed inteneriti per aver assistito ad un inatteso gioiellino cinematografico. Che non avrebbe avuto nessun premio, malgrado schierasse nel cast tra gli altri due Oscar come Jessica Tandy e Kathy Bates e fosse accompagnato da una colonna sonora – quella di Thomas Newman – di quelle che si compongono soltanto quando si è in stato di grazia. Ma che, eravamo più che convinti, di premi ne avrebbe meritati in quantità.

La storia di Idgy e Ruth, del loro amore e delle loro vicissitudini nell’America povera, brutale, razzista e maschilista degli anni 30, commuove immancabilmente gli spettatori da trent’anni a questa parte. Gli attori che la recitarono meritano un posto nella storia del cinema, perché non ce ne fu uno che andò sopra o sotto le righe. Una di loro era destinata a restarci davvero, nella storia del cinema e non solo.

Ricordate Sipsey, la moglie di Big George che dà una mano in cucina a Idgy Threadgood e Ruth Jamison, le proprietarie del Whistle Stop Café? Che risolve a modo suo la situazione quando il brutale marito abbandonato da Ruth si presenta a riprendersi il figlio Buddy e a farsi giustizia della ribellione della moglie maltrattata?

CicelyTyson210129-002Parlava poco in quel film, ma ha la battuta migliore, di sicuro la più significativa. Parlando della specialità della casa, i pomodori verdi fritti, Sipsey se ne esce con una frase che in realtà è una metafora esistenziale: Il segreto è nella salsa.

Era lei, Cicely Tyson, figlia di un manovale caraibico di Saint Kitts and Nevis sbarcato ad Ellis Island nel 1919 e poi coniugato con una domestica afroamericana di Harlem. Che avrebbe avuto davanti a sé una vita come quella che ha raccontato nei Pomodori verdi fritti o nelle Regole del delitto perfetto, se non fosse arrivato il cinema a cambiarle la strada. Un cinema a cui si sarebbe data con grande dignità, rifiutandosi di interpretare parti di cameriere, drogate o prostitute, ruoli che giudicava, come diceva lei, un insulto per le donne di colore.

Lungo quella sua strada la attendevano Tre Emmy Awards, un Tony e nel 2019 quella statuetta che fa di lei per sempre la prima donna afroamericana della storia a vincere un Premio Oscar alla carriera, dopo averne sfiorato uno nel 1973 come migliore attrice.

Se n’é andata ieri sera a 96 anni, mentre la guardavo e sentivo recitare le ultime battute nell’ultima puntata di get away with murder. La vita è proprio strana, e adesso non posso fare a meno di pensare che tutto sommato avesse ragione lei, quando con quella sua espressione dura, consapevole e dignitosa ripeteva a idgy e Ruth che il segreto è tutto nella salsa.

Da sinistra: Sipsey, Idgy Threadgood, Ruth Jamison, Evelyn Couch, Fannie Flagg, Ninny Threadgood

Da sinistra, alto: Sipsey, Idgy Threadgood, Ruth Jamison, basso: Evelyn Couch, Fannie Flagg, Ninny Threadgood

Se vuoi ascoltare la struggente colonna sonora di Fried green tomatoes, clicca sul link:

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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