Musica

A Cristo

Non tutte le canzoni riescono come le ciambelle. Oddio, magari ce ne sono alcune che riescono anche troppo bene.

Nell’autunno 1974 Antonello Venditti si è già affermato come uno dei cantautori più validi della nouvelle vague italiana, assieme a De Gregori, Dalla, Guccini e compagnia bella. Il suo terzo album ripete subito il successo dei precedenti. Quando verrà Natale di canzoni natalizie non ne contiene, almeno non in senso stretto. Ma ce n’è una, quella di apertura, che vale a fare del suo autore uno dei più grandi interpreti delle canzoni contro la guerra, per la pace, per lo spirito – in senso lato – delle feste natalize. Una specie di John Lennon de noantri.

A Cristo è un gioiellino cantato in romanesco. Quel dialetto con cui ti puoi permettere di dire tutto, o quasi, senza che nessuno – se è dotato di senso critico, senso dell’umorismo, senso de li mor…., sì, insomma – si possa offendere.

Ma quella è ancora l’Italia che prevede nel suo codice penale il reato di vilipendio. Della religione, delle istituzioni (a stretto rigore lo prevederebbe ancora, e oggi è invocato spesso dalla sinistra, pensa un po’ te…..). Quando Venditti presenta la sua ballata romanesca su Cristo che è stato a Roma e gli hanno detto pure: ma ‘ndo’ vai, un maresciallo dei carabinieri presente in sala si risente, e non avendo di meglio da fare lo denuncia.

Il verso incriminato è: ammazzate Gesu Cri’, quanto sei fico. In romanesco è quasi un complimento. Ma il comune senso della religione, offeso forse da tutta la canzone piuttosto che dal singolo verso, non demorde. Venditti finisce in tribunale, si arriva al ridicolo – caratteristica invariabile di tutti i regimi censori e variamente repressivi – dell’avvocato costretto a spiegare in aula, per far assolvere il suo assistito, che fico in dialetto capitolino è un complimento e non una offesa.

Niente da fare, i giudici sono sempre quelli già presi in giro da De André e più tardi da Bennato. Inflessibili, a spese della giustizia stessa e dei malcapitati che le finiscono nelle grinfie. Venditti viene condannato a sei mesi con la condizionale, sentenza confermata in appello e cassazione. Uscendo dal tribunale, Antonello si reca a Campo de’ Fiori, sotto la statua di Giordano Bruno. E lì, per sfogare la rabbia, compone un altro dei suoi capolavori, la canzone che porta il nome della piazza, una struggente stornellata romanesca il cui testo finisce in libertà. Ed aumenta ulteriormente le vendite del suo album. Con tanti saluti al Palazzaccio.

La condanna sarà ormai prescritta, Antonello del resto a Regina Coeli non c’è mai andato. Resta la sua grande canzone e la magra figura di quell’Italietta della religione ancora di stato.

E quel povero Cristo sconsolato che dice: «Fijo mio, io faccio il mio lavoro, turo li buchi ‘ndo li posso tura’….»

Autore

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.

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