Nati negli anni cinquanta-sessanta. Siamo l’ultima generazione che ha sognato, fantasticato sulla carta stampata. Babbi, mamme, nonni, a Natale o al compleanno ci regalavano spesso un libro, convinti (a ragione, col senno di poi) di perpetuare un rito antico: quello della trasmissione della cultura, il migliore dei doni che un essere umano può ricevere dai suoi familiari. La presa di coscienza di ciò che siamo noi e ciò che sono stati loro, i nostri vecchi, prima di noi. L’unica ricchezza che non ci può essere rubata, da nessuno.

Aldo Reggiani (La Freccia Nera)
Ma in quei giorni arrivava nei nostri salotti la scatola magica: la televisione. Quell’oggetto che noi davamo per scontato, non avendo fatto a tempo a vedere com’era il mondo senza. E che i nostri vecchi invece veneravano nei primi tempi come un qualcosa di magico. Anche loro avevano fantasticato sui libri, ma in un tempo – appena pochi anni prima, tutto sommato – in cui le scatole magiche erano frutto soltanto di fantasia a briglie sciolte e la massima concessione al fantastico erano i fumetti.
A noi andava diversamente. C’erano i libri, dalle copertine luccicanti e ben disegnate. C’erano i fumetti, inchiostrati da maestri del colore e del disegno che nulla avevano da invidiare a volte ai grandi artisti. Ma c’era anche quella scatola, dove le fisionomie e le gesta di pirati, arcieri di Nottingham, eroi del Far West venivano proposti in irresistibile alternativa a quelli che la nostra mente immaginava fervidamente, mentre i nostri occhi scorrevano le righe e le pagine avventurose di carta.

Richard Greene (Robin Hood)
La televisione era destinata a vincere, perché metteva insieme al meglio i sogni e le fantasticherie di tutti. I libri sarebbero rimasti nelle nostre librerie, come parenti ed amici un po’ attempati, quasi superati. La Freccia Nera sarebbe scoccata per noi dopo Carosello, Robin Hood avrebbe combattuto i Normanni e Rin Tin Tin banditi ed apache in quella mezz’ora fatidica che ci veniva concessa al pomeriggio in uso esclusivo davanti alla scatola magica: La TV dei Ragazzi.
Eccezionalmente, venivamo ammessi alle favolose magie della TV dopo cena il sabato sera, perché l’indomani non c’era scuola e babbo e mamma avevano la nostra stessa voglia di vedere come andava a finire l’ultimo sceneggiato: se il Segno del Comando sarebbe stato trovato alla fine della lunga caccia per le strade di Roma, se il commissario Maigret o il tenente Sheridan avrebbero risolto l’ultimo difficile caso, e se perfino la storia più famosa, più emozionante, più condivisa tra grandi e piccoli, Le avventure di Pinocchio, avrebbe avuto ancora il finale che Collodi aveva dato alle stampe tanto tempo prima o se qualcosa di diverso sarebbe uscito dallo schermo a solleticare la nostra fantasia.

Rin Tin Tin e Rusty (Lee Aaker)
In quelle sere, i nostri genitori ritornavano bambini come noi, ed erano indulgenti nel lasciarci violare la regola altrimenti ferrea e fatale di Carosello. Gli altri giorni ci contentavamo con la mezz’ora, poi diventata ora, poi allungatasi sempre di più, che ci veniva concessa se avevamo fatto i compiti e ci eravamo comportati bene, a scuola e a casa.
Era un’Italia molto più semplice, ingenua, anche fragile nelle sue strutture emotive e sociali. E infatti non avrebbe retto al tempo, al pari dei programmi di una RAI che allora meritava davvero il nome di servizio pubblico. A noi allora bastava, dopo la sigla, la comparsa di quel fulmine che terminava in quella zeta, e quella musica che avevamo imparato a memoria e che ci inchiodava di colpo al nostro mondo dei sogni collettivo.
Comunque fosse andata la nostra giornata, Zorro arrivava sempre a fare giustizia di tutto, alle cinque spaccate del pomeriggio.

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